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Spread, outlook, downgrade, default: cosa si nasconde dietro i nomi

Spread, outlook, downgrade e default sono termini ormai divenuti di uso quotidiano nella cronache mediatiche. Proviamo a capire cosa indicano e come possono influenzare le scelte di investimento e la vita di tutti i giorni.

L’indicatore che fa la “differenza”
Spread è un termine inglese che corrisponde all’italiano “differenziale”. Da quando è iniziata la crisi sui mercati finanziari, il termine viene utilizzato per indicare la differenza di rendimento tra il Bund (titolo di Stato tedesco a medio-lungo termine) a dieci anni e le emissioni governative dei Paesi periferici con eguale scadenza. Così se il primo rende il 2% e il Btp il 6%, lo spread ammonta al 4%, cioè 400 punti base.

Da dove nascono le differenze di rendimento? Come sempre sul mercato, a fare il prezzo è l’incrocio tra la domanda e l’offerta. Considerato che la Germania è considerato un porto sicuro per gli investimenti, il Governo tedesco può permettersi di proporre rendimenti contenuti, trovando investitori interessati. L’Italia, che ha un elevato debito pubblico (123% del Pil), deve invece alzare l’asticella del rendimento per ingolosire gli investitori.

L’andamento dello spread aiuta a identificare lo stato di salute del Paese: se si restringe, significa che il “rischio-Italia” fa meno paura, il contrario se si amplia. Quanto più si alza il rendimento che il Tesoro italiano deve offrire, tanto più l’Italia deve spendere. Di conseguenza, il buco deve essere coperto aumentando le tasse o riducendo la spesa, a meno di non accettare che salga ancora il rapporto tra debito e Pil.

Le prospettive di un Paese o di un’azienda

Le agenzie di rating (le più famose sono Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch) si occupano di analizzare la qualità di un debitore (Stato sovrano o azienda) nel momento in cui emette un titolo obbligazionario. Dopo averne analizzato su diversi fronti la sua solvibilità, lo studio viene concluso con un giudizio sintetico espresso in lettere. Gli emittenti più solidi ricevono la tripla A (AAA), mentre quelle in stato di insolvenza si vedono assegnare la singola C (Standard & Poor’s si spinge fino alla lettera D). Queste indicazioni vengono prese in considerazioni dagli investitori nel momento in cui strutturano i loro portafogli.
Quando il giudizio sul merito creditizio scende – ad esempio passando da AAA ad AA -, si parla di downgrade, mentre quando migliora si ha un upgrade. Non sempre la revisione di un giudizio è accompagnata da un declassamento o da una promozione: a volte l’analisi si limita a indicare l’outlook, vale a dire la prospettiva dell’emittente nel medio periodo (dai sei mesi ai due anni). Così, uno Stato che ha visto peggiorare leggermente la sua salute finanziaria, potrà vedersi confermato il merito creditizio, ma con un outlook negativo. In questo senso, l’outlook suona come un campanello d’allarme: se il soggetto esaminato non si fa carico dei rilievi riportati nel report, rischia un downgrade in occasione della valutazione successiva.

Livelli di rating
La dichiarazione di insolvenza

Il termine default corrispondente all’espressione italiana insolvenza, che sta a indicare l’impossibilità di adempiere alle scadenze dei pagamenti del debito o di sottostare a determinate condizioni di un accordo. Uno Stato o una società è insolvente ad esempio quando non è in grado di ripagare gli interessi sui bond o di restituire il capitale giunto a scadenza. Gli ultimi tre lustri sono stati caratterizzati da una serie di celebri default: Argentina, Russia, Cina e Parmalat. I risparmiatori che avevano investito in questi asset si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano, e solo in qualche caso sono riusciti a recuperare una parte del capitale investito (spesso al termine di cause contro le banche che li avevano convinti a sottoscrivere i titoli).

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Discesa da 3 a 5 barre
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