Stabilizzazione dei precari: aiuto concreto o regalo alle imprese?

Nell’agenda economica del Governo Monti c’è una voce di spesa che, a un primo colpo d’occhio, è sembrata a tutti un’ottima notizia: 235 milioni di euro destinati alle imprese per stabilizzare i precari. Toccherà all’Inps indire un click day nel quale le aziende interessate alla regolarizzazione dei collaboratori precari potranno “gareggiare” telematicamente fino all’esaurimento delle risorse finanziarie. Sulle pagine di Lavoce.info l’economista Alberto Martini, professore associato di Statistica Economica presso l’Università del Piemonte Orientale  e, in passato, consulente della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Invalsi, ha proposto un’alternativa alla “corsa all’oro” che potrebbe rivelarsi, paradossalmente, un boomerang favorendo il precariato invece di limitarlo.

Dei sussidi per la riconversione dei contratti a termine o dei co.co.pro. in contratti a termine è già stato fatto un uso disinvolto in passato dagli Enti locali: Regioni e Province hanno attinto alle casse dei fondi europei permettendo alla classe politica un restyling della propria immagine pubblica e alle aziende di mettere in regola i precari che erano già stati individuati come meritevoli di assunzione. Già perché il nodo della questione – secondo l’acuta analisi di Martini – è che i sussidi rischino seriamente di favorire la contrattualizzazione di precari funzionali alla riscossione del bonus post-assunzione. Insomma a guadagnarci sarebbero politica e impresa ma non i lavoratori, come al solito anello debole della catena produttiva.  Se gli incentivi diventassero permanenti l’anticamera “precaria” prima della stabilizzazione diventerebbe sistematica. 

La stabilizzazione di un precario costerebbe allo Stato 12mila euro, quasi due volte e mezzo la quota di sussidio che, per esempio, è stata erogata tra il 2007 e il 2008 dalla Provincia di Torino per la stabilizzazione dei precari. Allora la quota fu di 5mila euro per ogni assunzione e l’esborso totale di 10 milioni di euro. Ora il contesto economico è cambiato radicalmente e la soluzione-tampone del passato potrebbe diventare una burocratizzazione – avallata dal Governo - dell’italica arte di arrangiarsi.

Nel suo articolo il professor Martini propone un metodo per smascherare le aziende che avrebbero regolarizzato i precari anche senza sussidi. Il primo passo è allungare i tempi di richiesta dal click day alla click week permettendo così a tutti di fare domanda di sussidio. Successivamente fra le richieste giunte al Ministero del Lavoro andrebbe fatto un sorteggio. Qualcuno potrebbe essere scettico ma affidare al caso – come avviene con i trattamenti sperimentali e le vaccinazioni nell’industria farmaceutica – la selezione delle imprese beneficiarie dei sussidi consente di quantificare la reale efficacia dell’investimento. Passato qualche mese si effettuerà uno screening delle comunicazioni obbligatorie e si calcolerà la percentuale dei precari effettivamente stabilizzati fra i sorteggiati e i non sorteggiati. Se le due cifre saranno equivalenti vorrà dire che lo stanziamento avrà raggiunto il suo obiettivo, qualora si aprisse una forbice importante fra sorteggiati e non sorteggiati vorrebbe dire che i sussidi sono stati solamente un’occasione per fare cassa con personale “predestinato” alla regolarizzazione. “Ma se tra i sorteggiati il 95 per cento venisse stabilizzato e tra i non sorteggiati si arrivasse al 75 per cento – spiega il professor Martini su Lavoce.info -, non si potrebbe dire che si tratta di un grande successo, perché ogni stabilizzazione costerebbe 60mila euro”. In tempi di crisi siamo sicuri che gli italiani gradirebbero pagare, con parte delle loro tasse, questo splendido regalo alle imprese?