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Stallo Ue sul gasdotto Nord Stream 2, Pechino gongola

·11 minuto per la lettura
Gas (Photo: Getty Hp)
Gas (Photo: Getty Hp)

Nel corso dell’ultima settimana il prezzo del gas è tornato a sfondare il muro dei 100 euro per Megawattora alimentando nuovi timori di una carenza nelle forniture verso l’Europa durante il prossimo inverno, se dovesse rivelarsi particolarmente lungo e rigido. Com’è noto, martedì l’agenzia federale delle reti della Repubblica federale tedesca ha sospeso temporaneamente la procedura di approvazione del nuovo gasdotto Nord Stream 2 dalla Russia alla Germania attraverso il gasdotto del Mar Baltico. “La Bundesnetzagentur ha concluso che sarebbe possibile certificare un operatore del gasdotto Nord Stream 2 solo se tale operatore fosse organizzato in una forma giuridica secondo il diritto tedesco”, ha annunciato l’agenzia. In altre parole, le ragioni dello stop autorizzativo sono meramente burocratiche: la certificazione svolta dall’Authority si è impantanata per una questione legale che prevede che la società Nord Stream 2 AG sia regolata dal diritto della repubblica federale.

Al momento la società del gasdotto ha sede in un Paese extra-Ue, la Svizzera e il processo di certificazione potrà riprendere solo dopo che verrà completato il trasferimento di beni essenziali e di risorse umane alla nuova società. Secondo la direttiva Ue sul gas, il funzionamento del gasdotto e la distribuzione del gas devono essere separati in modo sufficiente. Non solo: se anche dopo l’avvenuto trasferimento dovesse arrivare luce verde dall’agenzia federale tedesca, è comunque prevista una verifica della Commissione europea che potrebbe durare fino a quattro mesi. I tempi per l’entrata in funzione del Nord Stream 2, che secondo la maggior parte degli analisti dovrebbe contribuire a frenare la carenza di gas e ad allentare le tensioni sui prezzi, rischiano seriamente di allungarsi.

“La Commissione europea ha preso nota della decisione annunciata ” su Nord Stream 2 e “che è parte del processo nazionale in corso sulle certificazioni” del gasdotto. “Quando il processo sarà completato dal regolatore tedesco, le autorità proporranno una bozza di proposta di certificazione alla Commissione europea e sarà a quel punto che starà a noi esprimerci. Ma per ora possiamo solo prendere nota del processo in corso in Germania” e “non speculerei su cosa questo significhi per il mercato e i prezzi”, ha detto un portavoce di Bruxelles.

È chiaro che la decisione dell’ente tedesco ha spento ogni speranza di poter vedere il gasdotto entrare in funzione durante questo inverno. Altrettanto chiaramente, arriva nel momento peggiore, nel bel mezzo di una crisi del gas naturale: da settimane i prezzi delle commodities energetiche sono saliti oltre i livelli di guardia a causa di una penuria che si è verificata per una serie di ragioni. Prima di tutto la Cina: la ripresa anticipata dell’economia in estremo oriente dopo la fase di lockdown ha assorbito buona parte della produzione di gas naturale liquefatto (gnl) che, come tutte le altre, era calata durante la pandemia. A contribuire allo stress sui prezzi del gas ci ha pensato poi il clima: l’inverno scorso si è rivelato più freddo e lungo del solito, contribuendo a erodere gli stock europei che oggi viaggiano su livelli inferiori alla media degli ultimi anni. A fine settembre 2021, negli impianti di stoccaggio Ue rispetto all’anno scorso mancavano nell’insieme circa 20,5 miliardi di metri cubi. In Germania gli stoccaggi che solitamente in questa parte dell’anno sono pieni al 90%, superano di poco il 70%.

Mosca, primo fornitore di gas del Vecchio Continente (circa il 40% del totale importato), ostenta calma e gesso: “La certificazione del Nord Stream 2 è un processo piuttosto complicato e lo sapevamo fin dall’inizio”, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. “Fin dall’inizio era chiaro che dovevamo essere pazienti. Noi, come parte russa, siamo convinti che il progetto stesso sia importante per l’Europa, è importante per noi e per i consumatori europei” ha affermato. Il portavoce del Cremlino ha detto che il resto spetta al regolatore tedesco: “Non possiamo interferire in questo”. E a una domanda sul lancio del gasdotto all’inizio del 2022, ha rinviato a “coloro che prendono la decisione finale sulla certificazione”.

La Russia nelle ultime settimane aveva ridotto in varie occasioni l’immissione di gas verso l’Europa, alimentando i dubbi di molti analisti e politici che Mosca stesse giocando sporco con le forniture per forzare l’entrata in funzione del gasdotto della discordia - che collega la Russia alla Germania senza passare dall’Ucraina, con cui Mosca è in conflitto - fortemente osteggiato fortemente dagli Stati Uniti per ovvie ragioni di dipendenze strategiche oltre che dal desiderio americano di penetrare sempre di più il mercato europeo con le sue forniture di gnl. Dalla nuova infrastruttura dovranno passare circa 55 miliardi di metri cubi di gas, quantitativo uguale al gasdotto gemello, il Nord Stream, operativo dal 2011. Con lo stop al procedimento di certificazione, ora l’Europa rischia blackout negli approvvigionamenti, se l’inverno dovesse rivelarsi più freddo e più lungo del previsto, secondo Jeremy Weir, amministratore delegato di Trafigura, una delle società più grandi al mondo che commercia materie prime. Parlando al FT Commodities Asia Summit, Weir ha detto che il gas naturale nella regione è ancora insufficiente, nonostante la promessa di un aumento dei flussi dalla Russia. “Non abbiamo abbastanza gas al momento e non stiamo nemmeno immagazzinando per il periodo invernale”, ha detto. “Quindi c’è una reale preoccupazione che se abbiamo un inverno freddo, potremmo avere dei blackout in Europa”.

Uno scenario che tuttavia non tiene conto della possibilità che in Europa ritornino i lockdown, come sta per accadere in Austria o Baviera con la forte risalita dei contagi Covid. “Potrebbero creare difficoltà alla ripresa economica e alle prospettive d’inflazione”, ha scritto qualche giorno fa la Banca Centrale Europea nel Rapporto sulla stabilità finanziaria. Innanzitutto spingendo l’inflazione globale, con una fiammata arrivata a oltre il 4% nell’area euro che minaccia il potere d’acquisto, e quindi i consumi. E poi mettendo in difficoltà la produzione da parte delle imprese alle prese con approvvigionamenti più difficoltosi. Il rischio è che “le perturbazioni alla catena delle forniture possano intensificarsi” nel caso in cui il Covid richiedesse nuovi lockdown.

Chi rischia di pagare il conto più salato alla crisi del gas sono le famiglie con redditi bassi. Già prima dell’energy crunch, quasi tre milioni di lavoratori in Europa non potevano permettersi di riscaldare le proprie case a causa dei bassi salari, “e ora l’aumento dei prezzi dell’elettricità in tutta Europa rischia di far sprofondare ancora più lavoratori nella povertà energetica”, secondo uno studio della Confederazione europea dei sindacati. Secondo le stime del sindacato l’Italia è tra i paesi con la percentuale più alta di lavoratori poveri che non possono permettersi il riscaldamento (ma l’Italia è anche tra i Paesi messi meglio dal punto di vista degli stoccaggi). Sono il 26,1%, a salire la Grecia, con il 28,7%, il Portogallo, con il 30,6%, la Lituania, con il 34,5%, la Bulgaria, con il 42,8% e Cipro con il 45,6%.

Dietro la carenza di gas ci sono però anche tensioni geopolitiche tra Russia ed Europa. Ne è convinto ad esempio l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza: “Mosca vuole l’apertura del Nord Stream 2”, ha Josep Borrell qualche giorno fa. È chiaro, ha aggiunto, che Mosca “approfitti di questa congiuntura per portare acqua al proprio mulino, è un atteggiamento che fa parte del gioco della pressione politica”. “La direzione generale della Concorrenza sta iniziando a raccogliere prove sul comportamento degli operatori sul mercato del gas per scoprire se ci sono comportamenti anti-concorrenziali. Siamo in fase di studio e di raccolta dei dati”, ha detto a fine ottobre la Commissaria Ue all’Energia Kadri Simson.

Accuse come queste sono sempre state rispedite al mittente dal Cremlino che l’ha sempre messa sul piano commerciale: “La situazione intorno al gasdotto Nord Stream 2, la cui certificazione è stata sospesa dal regolatore tedesco, e la crisi energetica in Europa non sono interdipendenti”. Tuttavia le tensioni tra Mosca e Bruxelles si stanno deteriorando: “Parlando di affari europei, dobbiamo affermare con rammarico che le opportunità di cooperazione si stanno riducendo, sebbene l’Unione europea rimanga il nostro principale partner commerciale ed economico. L’Ue continua a respingerci con sanzioni, azioni ostili e accuse infondate”, ha detto giovedì Vladimir Putin. Il riferimento non è solo alle presunte riduzioni di forniture di gas da parte del colosso statale russo dell’energia Gazprom, ma anche alla questione migranti al confine tra Bielorussia, stretto partner di Mosca, e la Polonia.

Proprio diversi giorni fa Minsk aveva minacciato di interrompere gli approvvigionamenti di gas attraverso il gasdotto Yamal-Europe se fossero arrivate provvedimenti da Bruxelles per la crisi migratoria alla frontiera polacca. “Se ci impongono altre sanzioni, dobbiamo rispondere”, ha detto il presidente bielorusso in una nota, “stiamo riscaldando l’Europa e loro ci minacciano. E se bloccassimo le forniture di gas naturale?”. Minacce che il Cremlino si è affrettato a ridimensionare ma è difficile credere che l’uscita di Lukashenko non fosse condivisa con Mosca.

Sul mercato benchmark dell’Europa, il TTF, il gas è arrivato a toccare i 100 euro per Megawattora dopo la decisione dell’ente regolatorio tedesco di sospendere l’iter autorizzativo del Nord Stream 2. A settembre si aggirava sui 60 euro per Mwh mentre ad aprile 2020, nel pieno della pandemia, il gas veniva a costare sei euro a megawattora. Secondo i dati Eurostat, prodotti petroliferi e fonti fossili solide rappresentavano nel 2019, prima della pandemia, quasi il 50% del fabbisogno europeo. Il gas naturale circa il 22,4%, le fonti rinnovabili solo il 15,3% e il nucleare il 13,1%. L’Europa, com’è noto, paga una pesante dipendenza dalle forniture estere: nel 2019 il tasso di dipendenza era pari al 61%, il che significa che più della metà del fabbisogno energetico dell’Ue è stato soddisfatto dalle importazioni nette. Il Vecchio continente dipende principalmente dalla Russia per le importazioni di petrolio greggio, gas naturale e combustibili solidi, seguita dalla Norvegia per petrolio greggio e gas naturale.

Per Mosca la corsa dei prezzi è tuttavia da imputare a mere ragioni commerciali e in particolare alla durata dei contratti. In Russia il sistema di pricing del gas naturale è diverso da quello adottato dai Paesi dell’Europa occidentale negli ultimi anni dopo la liberalizzazione del mercato. Tendenzialmente il prezzo del gas sul mercato russo nei contratti a lungo termine è ancorato a quello del petrolio (lievemente più basso di quest’ultimo). “Coloro che hanno accettato di concludere contratti a lungo termine con noi in Europa ora possono esserne contenti”, ha gongolato qualche giorno fa Putin. Intenzione russa è quindi quella di indurre i Paesi europei a stipulare contratti più lunghi per le forniture di gas. Sul mercato europeo da diversi anni si è deciso di disancorare il prezzo del gas da quello del greggio, facendolo determinare dall’incontro della domanda e dell’offerta (prezzo hub). Gazprom nel tempo non ha modificato l’impianto del suo sistema di pricing ma ha introdotto degli “sconti” per renderlo competitivo e meno suscettibile alle fluttuazioni del petrolio. Grazie a queste concessioni alternative, gli sconti praticati da Gazprom spesso si sono rivelati comunque convenienti, anche se meno rispetto ai prezzi hub.

Il Cremlino ha assicurato che l’operatore del gasdotto Nord Stream 2 sarà in grado di soddisfare tutti i requisiti richiesti dal regolatore, sottolineando come questo processo risultasse complicato fin dalle battute iniziali. Restano tuttavia molti dubbi sulle ragioni dietro un intoppo burocratico arrivato su una infrastruttura che ha visto l’avvio dei lavori per la costruzione nel 2018 e il suo completamento il 10 settembre scorso, per poi entrare in funzione a gennaio 2022. In tutto questo tempo nessuno sembra essersi posto il problema del diritto societario tedesco.

Chi potrebbe avvantaggiarsi dallo stallo commerciale e delle crescenti tensioni politiche tra Russia ed Europa è come al solito la Cina. Le forniture di gas a Pechino attraverso il gasdotto Power of Siberia hanno stabilito un nuovo record all’inizio di novembre e sono state in media di oltre il 30% in più. “Le forniture di gas tramite Power of Siberia continuano a crescere e sono state del 35,4% in più rispetto agli impegni contrattuali giornalieri di Gazprom dall’inizio del mese”, ha fatto sapere Gazprom. I rapporti tra Mosca e Pechino sul gas continueranno a consolidarsi una volta che entrerà in funzione il Power of Siberia 2, in via di approvazione all’inizio del 2022, attraverso il quale potranno scorrere ulteriori 50 miliardi di metri cubi di gas. Il PoS 2 attingerà dagli stessi giacimenti di gas che riforniscono Yamal-Europe, l’infrastruttura che attraversa l’Europa continentale (Polonia e Germania, via Bielorussia). Un sodalizio win win: per la Russia l’indubbio vantaggio nell’ampliare la diversificazione dell’offerta, per la Cina un aiuto importante per ridurre la dipendenza della sua economia dal carbone.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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