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Sui mercati le perplessità durano solo poche ore

Pierluigi Gerbino

Qualora avessimo bisogno di conferme, ieri abbiamo avuto l’ennesima dimostrazione che il timone dei mercati azionari è tornato stabilmente nelle mani dei compratori, che in grande maggioranza hanno già accantonato come risolto il problema del corona-virus, ora battezzato ufficialmente Covid-19 da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Infatti, la seduta di ieri si apriva sui mercati globali dopo una cavalcata dei listini azionari che, dal minimo del 3 febbraio scorso, avevano recuperato ben di più di quanto perso nelle due settimane di pessimismo da virus ed inanellato una serie di massimi storici o di massimi pluriennali di tutto rispetto e francamente poco compatibili con la novità del virus, che, a dispetto a disagi provocati alla vita delle persone, soprattutto in Cina ed ai guasti alla crescita economica globale futura, sulle borse occidentali pare aver avuto effetti largamente positivi.

Un evidente paradosso, dovuto ad una situazione conclamata di eccesso di ottimismo, dato che nessuno è oggi in grado di stimare con un grado decente di approssimazione quando l’emergenza finirà e quali danni lascerà sul terreno dell’economia globale e degli utili societari del primo trimestre di tutti i grandi player dei listini azionari.

Inoltre nella notte tra mercoledì e giovedì dalla Cina erano arrivati dati assolutamente ambigui, che, per un differente metodo di calcolo di contagiati e di morti nella provincia di Hubei, epicentro dell’epidemia, avevano mostrato una revisione clamorosa al rialzo dei numeri ufficiali dell’epidemia, contribuendo ulteriormente ad accentuare la diffidenza, già elevata tra gli esperti, sulla comunicazione ufficiale del governo, che tanti accusano di sottostimare la realtà. 

Mercati così euforici, secondo buon senso, avrebbero dovuto darsi una calmata e correggere almeno un po’ gli eccessi di ottimismo dei giorni precedenti. Cosa che in parte è capitata in tutta l’Asia ed in particolare in Cina, con l’indice azionario di Shanghai che ha attuato una seduta di correzione, dopo la serie di 7 rialzi consecutivi seguiti al tonfo da -8% realizzato alla il 3 febbraio, alla riapertura dei mercati dopo la lunga pausa dovuta al Capodanno cinese ed al virus.  

E così sembrava dover andare la seduta anche in Europa, dato che in mattinata il calo degli indici è stato continuo, fino a mostrare perdite di oltre un punto percentuale su Eurostoxx50 e sul Dax tedesco. Il nostro Ftse-Mib è arretrato anch’esso e sembrava perplesso se mantenersi al di sopra della resistenza chiave sfondata il giorno precedente, oppure tornarsene mestamente al di sotto, negando il segnale fortemente rialzista appena inviato. 

Ma quando è suonata la campanella di Wall Street, il gap ribassista causato dalle prese di beneficio americane sull’indice principale SP500 è durato solo un paio d’ore ed è stato colmato da nuove ondate di acquisti, che hanno trascinato i mercati europei a chiudere sostanzialmente in pari e recuperare le forti perdite della mattinata, e preparato il terreno per un nuovo massimo storico, segnato poco dopo le ore 20 italiane, a quota 3.385.

Il ragionamento che fanno gli investitori USA è molto semplice. Parrebbe addirittura semplicistico, se non fosse che i mercati hanno sempre ragione, anche quando fanno cose strane, per il semplice fatto che il prezzo lo fanno sempre e solo loro.

In sintesi lo scenario dominante è che il virus verrà presto sconfitto ed i danni che provocherà all’economia si vedranno sul primo trimestre e non è detto che si protraggano sul secondo. Intanto l’emergenza sarà un’occasione per le banche centrali di pompare altra liquidità, carburante per la speculazione. Inoltre in USA l’inizio di campagna elettorale sembra favorire una rielezione di Trump, che ha risolto tutti i problemi di impeachment e si trova a sfidarlo un partito democratico diviso, con il candidato al momento più forte (Sanders) che pare un po’ troppo socialista per attirare i voti necessari a vincere l’elezione presidenziale di novembre. Intanto l’abile uomo di spettacolo che abita la Casa Bianca non vorrà certo far mancare agli elettori effetti speciali (tagli alle tasse sulla classe media? Piani di spesa pubblica in deficit?) in grado di convincere gli indecisi a confermarlo e soprattutto di spingere ulteriormente al rialzo le borse ed a livelli stellari le regine del Nasdaq.

Se volete una prova dell’infatuazione assoluta degli investitori per qualunque cosa venga annunciato dalle società tecnologiche, basta guardare quel che ieri è successo a Tesla (ancora lei).

Il capo della società, Elon Musk, un altro marpione del calibro di Trump, dato che il titolo quotato al Nasdaq ha raggiunto nelle scorse settimane livelli stellari, accelerando dai 420 dollari di inizio anno fino al massimo storico di 969 $ del 4 febbraio (oltre il raddoppio in un mese, per chi non ci avesse fatto caso), mentre da qualche giorno oscilla tra 700 ed 800 $, ha pensato bene di sfruttare il momento propizio per lanciare, a sorpresa, un aumento di capitale da circa 2 miliardi, offrendo le nuove azioni ai prezzi attuali di borsa, e non  a sconto, come si fa di solito. Normalmente il lancio di un aumento di capitale provoca un calo della quotazione del titolo per l’effetto diluitivo dell’operazione sugli utili futuri. Ebbene, ieri la sorpresa ha provocato una partenza in calo, ma dall’apertura il titolo ha preso a salire all’impazzata, finendo la seduta con un rialzo di quasi il 5%, in cima alle performance di giornata dei migliori titoli del Nasdaq100.

Morale della favola: qualunque cosa succeda sembra che serva solo a far salire le borse.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online