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Sull'allargamento della Nato l'ultima parola spetta a Erdogan

no credit

AGI - Alla Turchia continua a spettare l'ultima parola sul l'allargamento NATO. Lo ha lasciato intendere chiaramente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, specificando che il memorandum firmato lo scorso 28 giugno con cui la Turchia ha ritirato il veto opposto all'ingresso di Svezia e Finlandia "non è un accordo definitivo" e che la Turchia "monitorerà il mantenimento degli impegni presi". "Il documento firmato è solo un inizio, un invito. È essenziale che le promesse fatte diventino fatti", ha detto Erdogan a margine della due giorni di Madrid.

È innegabile che per sbloccare uno stallo durato un mese e mezzo abbia giocato un ruolo fondamentale la pressione degli altri Paesi, sia sulla Turchia che su Svezia e Finlandia. Sul leader turco è stato importante il pressing del presidente americano Joe Biden, che ha parlato con Erdogan martedì mattina garantendo gli F16 promessi, sulla cui consegna si era opposta la Grecia.

A spingere i due Paesi scandinavi ad accettare le richieste della Turchia è stato invece il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, che ha ammesso che "nessun membro dell'Alleanza più della Turchia ha sofferto attentati terroristici". Il risultato è stato un documento trilaterale che ha fatto gridare all'accordo, ma è solo un passo avanti verso un allargamento che è ancora ben lontano e su cui Erdogan si riserva l'ultima parola. Basta infatti guardare al contenuto del memorandum firmato dai tre Paesi per trovare una lista delle aspettative e richieste che Ankara ha piu' volte posto come condizioni nell'ultimo mese e mezzo.

In coda al documento compare l'assenso della Turchia a "invitare" Svezia e Finlandia a entrare a far parte della Nato. Un invito che non significa ingresso assicurato, anzi. Il documento costituisce infatti un meccanismo congiunto attraverso cui le parti lavoreranno al raggiungimento degli "obiettivi concreti" su cui Erdogan non ha alcuna intenzione di transigere. Tra questi l'estradizione di terroristi separatisti curdi legati al Pkk o all'ala siriana dello Ypg, oltre a nomi legati alla rete golpista di Fetullah Gulen, il magnate residente negli USA ritenuto la mente del tentato golpe del 2016.

A tale proposito il ministro della Giustizia ha già annunciato il prossimo invio di una richiesta di estradizione per 33 nomi ricercati da Ankara, mentre Erdogan ha detto ieri di attendere dalla Svezia 73 terroristi. Dichiarazioni che non fanno che aumentare i dubbi su quanto possano effettivamente combaciare la definizione di terrorista date in Turchia e in Scandinavia.

Difficile che nei due Paesi la vedano nello stesso modo, altrettanto complicato che le estradizioni avvengano senza intoppi o senza dare ai ricercati almeno una possibilita' di fuga in un Paese terzo. Da non sottovalutare neanche l'opposizione dei partiti di sinistra svedesi, uno dei quali ha proposto che il Pkk non venga considerato organizzazione terroristica.

Altro punto riguarda la messa fuori legge di tutte le attività di reclutamento e finanziamento a sostegno di Pkk e Ypg. Mentre ben più complicato sarà per Svezia e Finlandia combattere la "disinformazione" a proposito dei due gruppi separatisti curdi. Pkk e Ypg hanno negli anni sviluppato una enorme rete di contatto con esponenti e media europei che continuano a diffondere un'idea romantica dei movimenti separatisti curdi.

Si tralascia il fatto che il sistema su cui Pkk e Ypg si basano è un sistema sostanzialmente marxista leninista, monopartitico e non avvezzo a una convivenza paritaria con altre etnie, a partire dagli arabi del nord della Siria, deportati dagli stessi gruppi curdi negli anni passati. Oltre a sottolineare questi punti Ankara vorrebbe che si ponesse l'accento sulle tantissime vittime civili turche di questi anni di conflitto con il Pkk: insegnanti, operatori forestali, impiegati statali e operai al lavoro per costruire infrastrutture.

In che modo Svezia e Finlandia potranno imporre una nuova linea di racconto ai propri media senza intaccare la libertà di stampa o sfociare nella censura è un rompicapo al momento irrisolvibile. Un punto su cui Erdogan non avrà altra scelta che protestare o scendere a compromessi. Come ha dichiarato più volte il portavoce del presidente turco "Pkk e curdi non sono la stessa cosa".

Il Pkk conta migliaia di adepti perlopiù oltre confine, i curdi solo in Turchia sono 25 milioni, il 30% dei quali vota Erdogan. Ad Ankara potrebbero già accontentarsi del fatto che Pkk e "curdi" non vengano usati come sinonimi. Meno complicato il punto del memorandum che prevede l'entrata in vigore di nuove leggi antiterrorismo relative le attività su suolo svedese e finlandese dei gruppi separatisti curdi.

Allo stesso modo nessuna criticità presenta la fine del blocco alla compravendita di armi che Svezia e Finlandia avevano deciso nei confronti di Ankara nel 2019, all'indomani dell'intervento militare che Erdogan volle proprio contro Ypg nel nord della Siria. "La Turchia ha ottenuto ciò che voleva", le parole di Erdogan a memorandum firmato.

Ora tocca ai 30 Paesi membri ratificare, poi sarà Stoltenberg a invitare i due Paesi a far parte dell'Alleanza. Il segretario Generale NATO vorrebbe accelerare il processo il piu' possibile, ma a condizionare tutto ancora una volta il via libera, tutt'altro che scontato, della Turchia che valuterà "i passi concreti" di Svezia e Finlandia.

"Questo accordo non avrà alcun effetto senza l'approvazione del nostro parlamento. Svezia e Finlandia mantengano le promesse, altrimenti il loro ingresso nella NATO potrebbe fermarsi nel parlamento turco", ha detto Erdogan per chiarire che si, il veto è stato tolto, ma la Turchia rimane l'ago della bilancia.

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