I Suv nel destino di Mirafiori

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Al Lingotto è il giorno della presentazione dei dati del terzo trimestre e del piano industriale per gli anni che verranno. Tramontato definitivamente, non senza polemiche, l’ambizioso progetto di Fabbrica Italia, l’ad Sergio Marchionne si trova al varco, costretto a dare risposte sui numerosi punti interrogativi che affollano l’autunno caldo di Fiat. Risposte ai sindacati e ai lavoratori che questa mattina hanno presidiato i cancelli della sede amministrativa di via Nizza dove il management stava enumerando i risultati del terzo trimestre 2012. Nel periodo luglio-settembre il gruppo Fiat ha fatto registrare un utile netto di 286 milioni di euro, più che doppio rispetto all’analogo trimestre 2011. Un milione i veicoli venduti con un incremento dell’11% rispetto a dodici mesi fa e un +16% nei ricavi. Globalmente i target sono stati centrati ma se si esaminano le condizioni economiche e di mercato delle quattro macro-regioni operative del gruppo emergono gli squilibri: se in Nord America, America Latina e Asia-Pacifico le attese sono state confermate dalle performance di vendita, nel Vecchio Continente il gruppo è in affanno. Le previsioni – tutt’altro che rosee – differiscono al 2014 la ripresa ma è una filastrocca che gli analisti ci ripetono ormai da troppo tempo senza che questa si realizzi, poi, nell’economia reale.

Ed è proprio su questa che Marchionne si trova a dover risolvere il rompicapo più difficile. Come preservare l’azienda nel nostro Paese? In concomitanza con la presentazione dei dati trimestrali le voci sulla chiusura di Mirafiori costringono ciclicamente i sindacati a chiedere garanzie all’amministratore delegato. Oggi Mirafiori conta circa 5mila dipendenti di cui l’85% sono operai. Non tutti sono operativi poiché la Mito, l’ultimo modello rimasto in produzione a Torino, non è sufficiente a garantire la piena occupazione degli impianti. L’alternativa ipotizzata per non staccare la spina dello storico impianto torinese era la realizzazione di piccoli fuoristrada di segmento B, con una taglia simile a quella delle utilitarie: due Bsuv a marchio Alfa Romeo e Jeep. Secondo le valutazioni del Lingotto questa scelta avrebbe garantito l’occupazione di 1200 operai su tre turni qualora il mercato americano si fosse dimostrato disponibile ad assorbire 250-270mila veicoli all’anno. Secondo le indiscrezioni riportate da Paolo Griseri su Repubblica questa produzione, sommata a quella della Mito, lascerebbe scoperti ancora 1500 dei 5mila posti in gioco.

Si apre, dunque, un’altra prospettiva. Il neo presidente serbo Tomislav Nikolic starebbe chiedendo a Marchionne di rispettare gli impegni presi con il suo predecessore Boris Tadic in merito all’impianto di Kragujevac, accordi che prevedevano la produzione di due modelli. Secondo le voci circolanti negli ambienti sindacali Nicolic non si accontenterebbe di avere in Serbia soltanto le due versioni della 500L (a cinque e sette posti)  e vorrebbe che Mirafiori spostasse in Serbia i due Bsuv che permetterebbero all’impianto di Kragujevac aggiustamenti minimi delle linee produttive, visto che si utilizzerebbe la stessa architettura sfruttata per la 500L.    

Il trasloco dei mini Suv costringerebbe Mirafiori a una riconversione orientata verso le auto medie (segmento C) con la produzione di Qsuv, fuoristrada più tradizionali e sofisticati di quelli realizzati sulle piattaforme delle utilitarie. Si tratterebbe di una soluzione in grado di assorbire maggiore manodopera e di rendere più pregiata la produzione dell’impianto torinese. Dal trasloco, insomma, Mirafiori potrebbe trarre giovamento sia in termini quantitativi che qualitativi. A questo punto la produzione della Mito verrebbe spostata a Melfi ricompattando – come chiedono da tempo i sindacati – tutte le utilitarie del segmento B prodotte in Italia in un unico segmento. Un’ipotesi che costringerebbe Torino a un 2013 di stand-by necessario per riconvertire le linee in vista della realizzazione dei Qsuv. Tolta l’unica produzione attualmente attiva a Torino si aprirebbe, dunque, un lungo periodo di cassa integrazione. Anche in questo caso bisognerà capire se il mercato risponderà positivamente garantendo continuità alle vendite e, conseguentemente, all’occupazione.

Si tratta di ragionamenti fatti al netto del comportamento di Chrysler che sul mercato americano ha venduto più della metà dei veicoli consegnati dal gruppo nell’ultimo trimestre. L’azienda americana si sta rivelando una vera e propria stampella di Fiat sul mercato globale ed è stata addirittura oggetto di uno spot elettorale. Il candidato repubblicano Mitt Romney ha accusato il presidente in carica Barack Obama di aver portato Chrysler e General Motors alla bancarotta e di aver ceduto la prima agli italiani che produrranno le Jeep in Cina: “Mitt Romney, invece lotterà per ogni singolo posto di lavoro in Usa. Chi farà di più per l’industria automobilistica?”

Sulla scacchiera delle imminenti elezioni presidenziali ogni pedina è valida per spostare consenso ma la risposta di Chrysler è arrivata dalle parole del portavoce Gualberto Ranieri: “Jeep non ha intenzione si spostare la produzione dal Nord America alla Cina. Sta semplicemente considerando la produzione in Cina per il mercato locale, il più grande al mondo. Ma questo non inciderà sugli stabilimenti e sulla produzione Jeep in Usa”.