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Taiwan e la rana avvelenata. Un report Usa immagina come la Cina potrebbe attaccare l'isola

·7 minuto per la lettura
TAIPEI, TAIWAN - OCTOBER 10: Taiwanâs military parading during the celebrations of the National Day in front of the Presidential Office in Taipei, Taiwan on October 10, 2021. (Photo by Walid Berrazeg/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
TAIPEI, TAIWAN - OCTOBER 10: Taiwanâs military parading during the celebrations of the National Day in front of the Presidential Office in Taipei, Taiwan on October 10, 2021. (Photo by Walid Berrazeg/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

Si chiama “The Poison Frog Strategy – la Strategia della Rana avvelenata”, e se vi sta venendo in mente il ben più celebre paradosso della “rana bollita” di Chomsky, beh, siete fuori strada. La faccenda è questa: di fronte all’escalation di tensione delle ultime ore attorno a Taiwan - dopo che la presidentessa della piccola (rispetto all’ingombrante e aggressivo vicino cinese) isola, Tsai Ing Wen, ha ammesso per la prima volta la presenza di truppe americane all’interno dei suoi confini aprendo una crisi con l’Occidente dagli sviluppi imprevedibili - gli esperti in strategia militare si sono messi a rivedere tutte le ipotesi riguardo una possibile invasione da parte di Pechino, ed è emersa – come più “gettonata” – proprio questa della “rana velenosa”. Al Center for a New American Security di Washington, infatti, hanno appena reso pubblico uno studio – con tanto di videogioco appositamente creato a scopo di rendere ancora più realistica la simulazione - secondo il quale la strategia possibile per Pechino non sarebbe quella di una invasione diretta dell’antica Formosa, per ridurre la “provincia ribelle” alla ragione, bensì impadronirsi di una delle isole periferiche di Taiwan, come Pratas/Dongsha nel Mar Cinese Meridionale, per poi saltare (come la rana citata, appunto) in un momento successivo, all’attacco totale su Taipei.

Mentre la comunità internazionale, insomma, Stati Uniti in testa, si concentra sulla difesa di Taiwan da una invasione “diretta” cinese, le recenti attività militari di Pechino nell’area suggeriscono invece che questo tipo di strategia e aggressione “a saltelli” potrebbe essere lo scenario più probabile e urgente a cui far fronte militarmente. E tale scenario potrebbe essere un preludio o un percorso a tappe molto strette, verso una guerra che coinvolgerà inevitabilmente Cina, Taiwan, Stati Uniti e tutti gli alleati di questi ultimi.

In questo scenario, la cooperazione del Giappone è ritenuta essenziale, perché potrebbe sparigliare i calcoli della Cina sui rischi militari e diplomatici di coercizione e aggressione di Tawan. Una dichiarazione congiunta del primo ministro giapponese Yoshihide Suga e del presidente degli Stati Uniti Joseph R. Biden nell’aprile 2021 ha fatto riferimento a “pace e stabilità nello stretto di Taiwan” e ha incoraggiato “la risoluzione pacifica delle questioni attraverso lo stretto”, ma al di là delle belle parole, in realtà è chiaro che gli Stati Uniti farebbero molto affidamento sul Giappone come base delle infrastrutture per condurre operazioni militari a sostegno di Taiwan. E, sebbene la dichiarazione non sia stata ulteriormente elaborata, soltanto con un deciso e non incerto sostegno giapponese sarà possibile creare una forte risposta regionale, anziché bilaterale tra Stati Uniti e Taiwan, per rispondere efficacemente all’aggressione cinese. Il coinvolgimento del Giappone poi, potrebbe consentire il coordinamento con l’India e l’Australia tramite le relazioni siglate dal nuovo patto di cooperazione strategico-militare Quad. E potrebbe anche creare l’opportunità di lavorare con altri stati che da anni si trovano a dover fronteggiare l’aggressione territoriale di Pechino, come il Vietnam e le Filippine.

Per ora, comunque, malgrado l’ondata sensazionale suscitata in ambito internazionale dall’ammissione della presidentessa taiwanese sulla presenza di militari americani sull’isola, la Cina ha reagito senza particolare veemenza o preoccupazione. Anche se, nei giorni scorsi, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin aveva messo tutti in guardia tutti quanti gli attori coinvolti nel delicatissimo “affaire Taiwan”, che una delle linee rosse da non valicare per nessun motivo era proprio l’invio di truppe americane a Taipei. Oggi, nel corso di una conferenza stampa, lo stesso ha affermato che gli Stati Uniti hanno continuato a inviare “segnali sbagliati” alle forze indipendentiste di Taiwan, ma che la riunificazione resta l’unica opzione. “Chi che di separare la nazione non andrà mai incontro a un buon finale. Ci sarà solo un vicolo cieco di fronte a coloro i quali cercano l’indipendenza di Taiwan”, ha detto. Fino a poco fa, il portavoce del ministero della Difesa cinese Tan Kefei, da parte sua, si è limitato a dichiarare che la Cina ha già protestato con gli Stati Uniti per i suoi legami militari con Taiwan, precisando che “Se gli Stati Uniti continuano ad aggrapparsi ostinatamente all’illusione di usare Taiwan per contenere la Cina e tentano di migliorare sostanzialmente i legami militari USA-Taiwan poco a poco, la Cina si opporrà risolutamente e contrattaccherà”. Niente di definitivo, insomma. Un po’ più decise sono state le dichiarazioni all’Agenzia di Stampa Statale Xinuha dell’ex istruttore del PLA, L’Esercito Popolare di Liberazione cinese, e commentatore di affari militari, Song Zhongping, che ha affermato che la rivelazione della presidentessa Tsai è stata una seria provocazione per Pechino. “Rivelando la presenza delle truppe statunitensi a Taiwan, Tsai sta dicendo che Taiwan ha il sostegno militare degli Stati Uniti, quindi il PLA non dovrebbe agire avventatamente, ma nemmeno stare a guardare. Questa è una seria provocazione politica e militare” ha detto senza usare mezzi termini. “La Cina continentale intensificherà i preparativi per una lotta militare con gli Stati Uniti” ha concluso Song. Hu Xijin, caporedattore del tabloid statale cinese Global Times, voce del Partito Comunista, ha reagito alla notizia dicendo che le forze militari cinesi avrebbero lanciato una guerra per eliminare ed espellere i soldati statunitensi. Per ora, come sempre – per fortuna di tutti noi – la guerra continua soltanto a parole.

Ma la preoccupazione, soprattutto da parte americana, è in aumento, alimentata soprattutto dai recenti test missilistici segreti di Pechino, rivelati qualche giorno fa d Financial Times. “La Cina dal punto di vista militare è in “rapida espansione” ed è “molto preoccupante” che Pechino abbia sperimentato dei missili strategici ipersonici la scorsa estate”, ha dichiarato oggi, in un’intervista all’agenzia Bloomberg il generale Mark Milley, capo di stato maggiore delle Forze armate Usa. Sui test cinesi - peraltro negati da Pechino, che ha parlato di collaudi spaziali – a sentire Milley l’America “ha rivissuto lo shock dello Sputnik.” Ovvero l’ansia e lo sbalordimento seguiti al primo fondamentale successo dell’Unione sovietica nell’inaugurare la corsa allo Spazio, nel 1957, quando batté sul tempo di Stati Uniti.

I missili ipersonici - l’ultima generazione di armi strategiche - sono in grado di trasportare testate nucleari a grandi distanze volando fino a cinque volte la velocità del suono, sono molti più manovrabili rispetto ai missili balistici e sono praticamente impossibili da intercettare con le tecnologie di difesa antimissile e la difesa aerea attuali. Sono già stati sperimentati con successo due anni fa dalla Russia e, recentemente, dalla Corea del Nord. “Ciò che abbiamo visto” ha detto ancora il gen. Milley “rappresenta un evento molto significativo, il collaudo di un sistema d’arma ipersonico. Ed è molto preoccupante”, considerando anche i recenti fallimenti di analoghi test compiuti da Washington. “Non so se sia un po’ un a sorta di “momento Sputnik”, ha commentato ancora, “ma di certo c’è andato molto vicino. Ha catturato tutta la nostra attenzione”. Il capo di Stato maggiore Usa ha poi ricordato come l’esercito cinese, fino al 1979, fosse soltanto una “enorme fanteria formata essenzialmente da contadini”, mentre ormai si è trasformato in una forza armata “molto capace, in grado di coprire ogni campo della difesa e con ambizioni globali”.

Nella complessa e delicatissima vicenda che coinvolge Taiwan, poi, si inserisce con forza la questione della conferma della leadership del potentissimo Presidente Xi, ormai alle soglie di un probabilissimo quanto inedito terzo mandato. Ma la sua popolarità, sempre molto alta, è in calo negli ultimi tempi, a causa delle difficoltà economiche interne generate dal crack del gigante immobiliare Evergrande e dalla crisi energetica e delle materie prime. Per questo, puntare sull’opzione dell’orgoglio militare nazionale nei confronti dell’”odiata” Taiwan, potrebbe diventare una scelta percorribile per recuperare consensi. Ma cosa potrebbe succedere alla popolarità di Xi e al Partito Comunista della Repubblica Popolare se questa campagna fallisce?

Grazie ai social media, la popolazione cinese oggi è molto meglio informata sulle questioni economiche e internazionali. Il popolo cinese è notoriamente paziente, ma se l’economia cinese non continuerà a distribuire i benefici promessi, il presidente Xi avrà bisogno di altri risultati per mantenere il sostegno popolare. Il grande pericolo è che questi risultati alternativi possano essere militari. Investimenti massicci, in particolare nelle forze navali e missilistiche, hanno dato all’Esercito di Liberazione del Popolo un nuovo vantaggio nel Mar Cinese Meridionale, nello Stretto di Luzon e persino nel più ampio Pacifico occidentale. Se la sopravvivenza del regime diventa debole a casa, XI può scegliere di tirare i dadi militari, forse anche nel tentativo di conquistare davvero Taiwan con la forza. E non importerà a nessuno, a quel punto, se la strategia scelta sarà quella della “rana avvelenata”, o qualsiasi altra opzione. Sarà comunque un disastro per il Mondo intero.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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