La Tares ci costerà più dell’Imu. Perché la spazzatura costa così tanto in Italia?

L'unica buona notizia, se così la si può definire, riguarda la prima rata della TARES, la nuova imposta comunale sui rifiuti che dal 1°gennaio sostituirà la TARSU e la TIA. Il Governo ha deciso infatti di posticipare il pagamento del nuovo tributo da gennaio ad aprile 2013, per concedere una piccola boccata d'aria ai contribuenti italiani già notevolmente piegati sotto il salasso IMU di qualche giorno fa.

Per il resto, nessuna novità nè alcun addolcimento su questa nuova tassa che, a detta dei sindacati, peserà mediamente sui bilanci delle famiglie 305 euro, più dell'IMU stessa.
Saranno però le imprese, gli uffici e tutte le attività commerciali a ricevere la stangata più forte: la nuova tassa, infatti - che non riguarda più solo il pagamento del servizio di igiene ambientale - dovrà essere pagata da tutti coloro che "occupano o detengono locali o aree scoperte”. Trenta centesimi a metro quadro, per un aggravio fiscale stimato intorno al 293% sugli esercizi commerciali della penisola.

L'immondizia è ormai il business del nuovo millennio. Fonte di guadagno per lo Stato, attraverso queste imposte, giro d'affari milionario per la criminalità organizzata che, secondo dati della Legambiente, si aggira intorno ai 600 milioni di euro. Una "risorsa" che, se gestita bene, porterebbe notevoli introiti nei bilanci comunali e statali. Ma la mancanza di infrastrutture efficienti, abbinata ad una scarsa conoscenza in materia di riciclaggio e ad una bassa percentuale di buone pratiche, costringe l'Italia a delegare ad altri Paesi questo lavoro, pagandolo profumatamente. Come l'Olanda, che importa la spazzatura napoletana a 109 euro la tonnellata, producendone a sua volta energia rinnovabile e ricchezza.  

Una ricchezza che questo Paese non è in grado di sfruttare, nonostante ne abbia tanta. Lo dimostrano i dati del Rapporto Rifiuti urbani dell'Ispra 2012: l'Italia produce all'anno 32,5 milioni di tonnellate di rifiuti, con un aumento dell'1,9% nelle regioni centrali, seguite dal Nord, con +1,1%. Al sud, il triste primato lo detiene la Campania, con i suoi 478 kg di spazzatura per ogni cittadino e con i principali problemi per la gestione. Una gestione che costa molto alle casse comunali e quindi ai cittadini: soltanto a Napoli (dove ancora vige la vecchia TARSU), nel 2011, la spesa annua per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani ammonta a 508 euro, una cifra che aumenterà non appena entrerà in vigore la Tares. Esattamente il quadruplo rispetto alla città meno cara, Isernia, con i suoi 122 euro annui.

Nonostante ne produca di meno, è il meridione a pagare le bollette più salate in Italia: mediamente 264 euro l'anno; seguono poi le regioni centrali con 252 euro e i 228 euro annui del Nord Italia. Una cifra che a sua volta può variare da regione a regione e da comune a comune, in base al sistema di smaltimento scelto. E alla tassazione prevista: la maggior parte dei capoluoghi (57%) è ancora legata alla TARSU (Tassa smaltimento dei rifiuti solidi urbani), mentre solo il 43% ha adottato la TIA (Tariffa d’igiene ambientale), introdotta nel 1997 dal decreto Ronchi che ha l'obiettivo di far pagare al cittadino la quantità di rifiuti effettivamente prodotta.

Non è soltanto con la tassa sui rifiuti che il cittadino dà il suo contributo: come riportato da un articolo sul sito Eco delle Città, il 7% dell'importo della bolletta elettrica viene devoluto alla costruzione degli inceneritori, assieme ad altri sussidi statali dati ai gestori "sotto forma di  Certificati Verdi o Cip 6 e che si aggirano da 9 a 14 centesimi per ogni Kw di energia prodotta con l'incenerimento dei rifiuti". In totale controtendenza con il sistema europeo, dove invece la tassa per l'incenerimento dei rifiuti viene fatta pagare ai gestori degli inceneritori, disincentivando questa pratica e puntando verso altre più ecologiche.