La tassa di Robin, re dei pasticcioni

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Con una relazione al Parlamento, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha confermato che, di fronte a un aumento delle imposte, le imprese che possono farlo alzano i prezzi. E non c’è niente che possa evitarlo. Se non far funzionare la concorrenza. Peccato che (quasi) nessuno lo voglia.

DOPO LA ROBIN TAX Con la relazione al Parlamento sulla sua attività di vigilanza sulla cosiddetta Robin tax del 2008, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas ci ha confermato che, a fronte di un aumento delle imposte, le imprese che possono farlo alzano i prezzi. E che non c’è niente da fare.

In realtà l’Autorità lo sa bene, e la sua relazione non ha certo sorpreso né i funzionari che la hanno scritta, né altri. Purtroppo una norma sciagurata del 2008, prima ha aumentato il carico fiscale sulle imprese energetiche, poi ha “fatto divieto agli operatori economici (…) di traslare l’onere della maggiorazione d’imposta sui prezzi al consumo”; infine ha anche dato all’Autorità il dovere di vigilare a che questo non avvenisse. (1) Tre sciocchezze in uno stesso articolo di legge non si trovano tanto spesso. Vediamo perché le sono.

, UN VECCHIO REGALO DEL GENIO ITALICO Il punto di partenza era la decisione di aumentare le imposte sul settore petrolifero, nel quale la rendita di cui gode chi sfrutta una risorsa scarsa veniva attaccata con una addizionale di imposta sui profitti. E fin qui, siamo nel campo del perfettamente legittimo. Purtroppo, l’addizionale è stata estesa ai produttori e venditori di energia elettrica, settori aperti da tempo alla concorrenza, che non sfruttano una risorsa scarsa e che operano in un settore imperfetto – ahimè – quanto tanti altri.

Il fatto che l’aumento delle imposte dovesse tradursi in un aumento dei prezzi non è ovvio, ma non è questo il punto. Il punto centrale è che – in un’economia di mercato – le imprese dovrebbero avere il diritto di fissare il prezzo che credono. Compito dello Stato non è certo impedire questo, ma piuttosto regolare i monopoli che non si riesce a eliminare e far funzionare il mercato negli altri casi. Avere un mercato nel quale si punta sulla concorrenza, non preoccuparsi di farla funzionare e invece regolare i prezzi per legge è semplicemente una sciocchezza.

Il risultato era ampiamente prevedibile e previsto così che ringraziare di tutto ciò il genio italico di Giulio Tremonti, che quella norma introdusse, è fin troppo facile.

Oltre tutto, come oggi vediamo, il tributo era evidentemente disegnato male anche tecnicamente. Ci riferisce infatti l’Autorità che “Dal punto di vista degli apporti settoriali al gettito, nell’esercizio 2011 emerge che il settore dell’energia elettrica e gas ha contribuito, con 1.250 milioni di euro, all’86 per cento del gettito dell’intero settore energetico, mentre il settore petrolifero, con 207 milioni di euro, ha contribuito solo per il 14 per cento”. In altri termini, concepito (legittimamente, forse) come provvedimento contro la rendita dei petrolieri ed esteso (in modo del tutto incongruo) al settore elettrico, il provvedimento ha colpito soprattutto il settore che non doveva proprio colpire, lasciando relativamente intatti i petrolieri.

, VIGILANZA IMPOSSIBILE Ma il vero tocco dell’artista era scrivere “tanto ci pensa l’Autorità”: peccato che dimostrare che le imprese hanno traslato sui consumatori l’imposta sia semplicemente impossibile. L’Autorità ha provato a farlo, sanzionando alcune imprese. E puntualmente, come ci informa sempre la relazione al Parlamento della stessa Autorità, lo scorso 27 luglio il Tar Lombardia ha annullato gli otto provvedimenti con i quali l’Autorità aveva creduto di aver dimostrato la violazione del divieto di traslazione (si veda “La freccia di Robinhood colpisce la bolletta” di Carlo Scarpa). La ragione è semplice. Ogni impresa può avere tantissime ottime ragioni per variare i prezzi. Dimostrare che un dato livello dei prezzi è dovuto alla presenza della addizionale in questione e non a uno degli altri duecento fattori che possono influire sulla politica del prezzo di una impresa è semplicemente impossibile. Vedremo cosa ne dirà il Consiglio di Stato, ma il Tar ha ragione. E se anche il Consiglio di Stato calpestasse la logica, sarebbe ben magra consolazione.

PARLARE DI MERCATO SEMBRA ANCORA PIÙ DIFFICILE Non è colpa dell’Autorità, ma l’onere della prova a suo carico è eccessivo. L’unica sua responsabilità è di provare ad applicare una norma – tecnicamente – stupida. Al momento l’Autorità, come se non avesse altro da fare, dedica preziose risorse a questa mission impossible. Lo deve fare per legge, purtroppo: se almeno segnalasse al Parlamento non solo i suoi (ovvii) insuccessi, ma anche l’opportunità di cancellare un obbligo inattuabile, sarebbe un segnale che le Autorità possono essere più sagge dei legislatori. Perdere tempo cercando vanamente di applicare una norma insensata non è nell’interesse di nessuno.

, Se la preoccupazione è l’aumento dei prezzi dell’energia elettrica, sarebbe molto più utile cercare di far funzionare questo mercato. Ma per caso avete visto cosa succede in Parlamento quando qualcuno prova a liberalizzare i mercati ? (1) Si tratta della legge 133 del 2008.

Autore: La Voce Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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