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Tasse e aliquote, i politici ne pagano meno dei cittadini

Fabrizio Arnhold

Un altro privilegio della Casta. Come se non bastassero quelli in tema di assistenza sanitaria, rimborsi e benefit. Un trucchetto, in questo caso fiscale, che fa pagare all’onorevole il 47 per cento in meno di quello che spetterebbe a un cittadino comune. Grazie all’aliquota media Irpef che per chi siede alla Camera è del 18,7 per cento. Numeri alla mano, significa che un manager qualsiasi è costretto a sborsare più del doppio per saldare le tasse a fine anno.

Le proiezioni le ha fatte L’Espresso che, in maniera scientifica e assolutamente accurata, ha spiegato in che modo chi dovrebbe rappresentare il popolo italiano in Parlamento, in realtà, abbia un trattamento fiscale di favore. Diverso, in altre parole, rispetto a tutti gli altri cittadini che di tasse, inutile dirlo, ne pagano fin troppe. L’esempio è un parlamentare che non salta neanche una seduta a Montecitorio: grazie all’indennità mensile guadagna 10mila e 435 euro per un totale di 125mila e 220 euro all’anno. Da questa somma vengono sottratte le ritenute previdenziali per 784 euro al mese come quota di accantonamento per l’assegno di fine mandato. A questa trattenuta si somma anche quella per il trattamento pensionistico di 918 euro. Infine si toglie anche una ritenuta mensile di 526 euro per l’assistenza sanitaria integrativa. Totale: 22mila e 140 euro di trattenute all’anno.

Ma non c’è di che disperarsi perché il deputato di turno può contare, tanto per compensare, su ulteriori entrate mensili, tutte esentasse. “La prima è la diaria, una sorta di rimborso per i periodi di soggiorno a Roma, che ammonta a 3mila a 503 euro al mese (44mila e 280 l’anno)”, scrive L’Espresso “e viene decurtata di 206 euro per ogni giorno di assenza”. La seconda riguarda le spese per l’esercizio del mandato, pari a 3mila e 690 euro al mese. Ma è la terza voce quella che si fatica di più a quantificare perché riguarda la sfilza di tessere fornite al deputato per viaggiare con treni, navi e in autostrada gratis. Non è, ovviamente, riportata sul sito web della Camera dei deputati e si può ipotizzare attorno ai 5mila euro, da affiancare al rimborso per altre spese di trasporto pari a quasi 4mila euro a trimestre. Finito? Macché. Manca la quarta voce che interessa una somma a forfait di 258 euro (3mila e 98 euro all’anno) per le bollette telefoniche. Esagerata perché qualsiasi libero professionista, nella giungla di offerte di telefonia mobile, per avere un contratto all inclusive sborsa al massimo meno della metà. Va bene, per non perdere il filo del discorso, anzi dei conti, la somma finale che salta fuori dal calcolatore dice 235mila e 615 euro all’anno di reddito. Decurtato delle varie trattenute si attesta a 189mila e 431 euro. La base imponibile per pagare l’Irpef? Per l’onorevole no.

Un qualsiasi altro manager privato che gode degli stessi trattamenti economici e benefit deve sborsare 74mila e 625 euro di Irpef, con un’aliquota media del 39,4 per cento. Il deputato, invece, versa l’Irpef calcolata sulla base di soli 98mila e 471 euro di imponibile, ovvero con un’aliquota del 18,7 per cento. Con un risparmio all’anno di 39mila euro di denaro pubblico che, però, rimangono in tasca al deputato. Ma perché? A permettere questa disparità di trattamento è un’interpretazione dell’articolo 52, comma 1, lettera b del Tuir (Testo unico delle imposte sui redditi), in base al quale non finiscono nella somma per calcolare il reddito quelle somme erogate a titolo di rimborso spese ai titolari di cariche elettive pubbliche e ai giudici costituzionali “purché l’erogazione di tali somme e i relativi criteri siano disposti dagli organi competenti a determinare i trattamenti dei soggetti stessi”. In parole povere vuol dire che chi si fa le leggi, può fare quello che vuole.

Basterebbe già così. Ma c’è dell’altro. Quando un parlamentare finisce il suo mandato ha diritto ad intascare anche un cospicuo assegno. Esentasse. Dovrebbe essere sottoposto alla cura dimagrante del fisco, ma in realtà non accade e la cifra finale finisce sul conto corrente pulita. I parlamentari hanno creato un meccanismo perfetto – assolutamente legale sia chiaro – ma su misura per loro. Mentre la liquidazione versata al dipendente pubblico è per il 73,96 per cento a carico del datore di lavoro e quindi tassata, nel caso del parlamentare la quota da accantonare per l’indennità è tutta figurativamente imputata a lui. Per questo non deve pagare. Tanto lo continuiamo a fare noi.