Tasse universitarie più alte ai fuoricorso: ma non sono bamboccioni

Li ritiene un "problema culturale". Così il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo definisce i quasi 600 mila studenti universitari fuori corso. Che stiano bighellonando o no, per il ministro è un discorso che non può esistere. E quindi meritano una "punizione". Che si traduce in un vertiginoso aumento delle tasse universitarie, come previsto già nella spending review del governo Monti. Perchè, secondo Profumo, "gli studenti fuori corso hanno un costo, anche in termini sociali". In pratica il nuovo decreto prevede che nel computo del 20% - ovvero quanto ottiene ogni ateneo dalle tasse universitarie - verranno escluse le quote delle tasse degli studenti fuori corso ed extracomunitari. Un'azione che inevitabilmente porterà le università ad aumentar loro le tasse.

Non è punizione, per il ministro, anzi, è un modo per incitare i ragazzi a fare meglio e prima. In alternativa, suggerisce, si può adottare la modalità dello studente part time, una formula applicata da alcuni anni per gli studenti lavoratori che permette di creare un personale piano di studi in base alle proprie esigenze di tempo e impiego, senza risultare fuori corso. Il problema è che questa modalità, oltre a non essere applicata da tutti gli atenei italiani, ha una piccola pecca: l'irreversibilità. Una volta che ci si iscrive secondo la modalità part time, infatti, bisogna attenersi al piano di studi concordato, anche se, eventualmente, lo studente dovesse trovarsi in uno stato di prolungata disoccupazione. Inoltre, il non rispetto dei tempi concordati provoca un pagamento delle tasse maggiorate del 50%.

Dal blog di Linkiesta: tasse universitarie, la rivoluzione della spending review

I pro e i contro ci sono. Il dato più importante però è che lo studente fuori corso nella maggiore delle ipotesi non è un bamboccione: lo dimostrano i dati di un'indagine realizzata da Eurostudent nel 2011, su un campione di 4.500 ragazzi iscritti alle università statali e non. Le percentuali di studenti lavoratori sono molto alte: il 39% dei giovani iscritti ad un corso triennale lavora, molti di più quelli iscritti ad una laurea magistrale, dove circa il 45.4% alterna lo studio al lavoro, specie tra gli studenti di "di origine sociale non privilegiata"(41,7%) ma anche fra i ragazzi con genitori laureati o benestanti(29,8%).
Il vero problema, su cui il ministro non si è soffermato, è la situazione degli atenei stessi, il più delle volte "strapieni, con una spersonalizzazione totale della didattica, costi altissimi, soprattutto fuori sede", come denuncia Giuseppe Failla, del Forum nazionale dei giovani. E con i frequenti tagli all'istruzione pubblica non si prevedono tempi migliori.