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Il tasso di disoccupazione USA e il bear market di Wall Street

Gaetano Evangelista
 

Giova ricordare che fra settembre e dicembre del 2008 lo S&P sperimentò ben sei rally di entità superiore al 6%; due volte in misura pari al 18-19%. Ciò non prevenne un declino fino a marzo dell’anno successivo.

Il rilascio del tasso di disoccupazione per il mese di marzo impone alla borsa americana un prevedibile stop. Malgrado gli investitori fossero pronti al peggio, in tre settimane il CESI – l’indice delle sorprese macro calcolato da Citi – è passato da +74 a -41 punti: evidenziando uno scostamento fra realtà ed attese decisamente eccezionale. Dal 2003 in poi, difatti, soltanto un’altra volta il CESI è sceso in tre settimane in misura analoga, collocandosi su valori vistosamente negativi: eravamo a maggio 2011, e Wall Street di lì a breve avrebbe conosciuto un simbolico rimbalzo, prima di precipitare in estate in concomitanza con il downgrade del governo degli Stati Uniti.

I rialzisti incassano il colpo, ma fanno notare che l’impennata del tasso di disoccupazione sia fisiologica, dipendendo dallo shutdown in quale, una volta rimosso, produrrà l’effetto contrario; e segnalano come il massiccio intervento del governo servirà a mitigare nei mesi a venire l’effetto negativo sui consumi di una maggiore disoccupazione (10 milioni di posti di lavoro persi, soltanto nelle ultime due settimane).

Venerdì però abbiamo fatto notare come una crescita così cospicua del tasso di disoccupazione negli Stati Uniti, si leghi con ogni probabilità alla inaugurazione di una recessione ufficiale; e in simili circostanze gli utili per azione sono destinati ad una severa contrazione: ben superiore a quella, poco più che simbolica, fatta registrare dal consenso degli analisti. D’altro canto, fanno notare gli Orsi, fino ad ora i mercati hanno fatto registrare un recupero (ritracciamento) generalmente non superiore ad 1/3 del terreno perduto: non proprio una prova di vitalità. E questo, a fronte del complesso di stimoli monetari e fiscali più massiccio mai fatto registrare nella storia.

Ragionando sulla base dei dati noti, rileviamo come una crescita del tasso di disoccupazione superiore al 5% in un anno, come occorso a marzo, non solo sia praticamente concisa con l’avvio di tutte le ultime sette recessioni dal 1970 ad oggi; ma abbia costituito nella maggior parte dei casi un valido input per vendere azioni. I due episodi più recenti risalendo ad ottobre 2007 e a marzo 2001: non proprio un momento felicissimo per detenere azioni.

Si naviga dunque a vista. Giova ricordare che fra settembre e dicembre del 2008 lo S&P sperimentò ben sei rally di entità superiore al 6%; due volte in misura pari al 18-19%. Ciò non prevenne un declino fino a marzo dell’anno successivo.

Autore: Gaetano Evangelista Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online