Come la Tobin Tax può mettere in crisi il mercato italiano

Varcata la soglia della Camera, la Tobin tax, la tassa sulle transazioni finanziarie, sta per passare sotto il vaglio del Senato. E' prevista infatti per oggi la votazione in Commissione Bilancio di Palazzo Madama sulla norma che prevede di colpire la speculazione finanziaria attraverso un'imposta, generando un gettito da destinare alle politiche sociali e internazionali su sviluppo e clima.

Il testo prevederebbe un innalzamento dell'aliquota  - attualmente fissata allo 0,05% sulle  transazioni in azioni o derivati azionari - dello 0,20%, secondo il modello francese, sulle società con sede in Italia e con un introito di circa 1 miliardo di euro. Ma i primi contrasti all'interno del Parlamento e il malcontento delle lobby finanziarie e bancarie fa prevedere un "addolcimento" del testo per evitare che la norma rimanga bloccata o che venga votata con la fiducia, visti i tempi strettissimi rimasti per l'approvazione. Quello che si teme, approvando la legge, è un rischio elusione e rischio effetto concorrenza fiscale da parte di altri Paesi Ue, secondo la nota di lettura sul Ddl di Stabilità.

Il parere negativo proviene principalmente dalle banche: l'Associazione Bancaria Italiana ha infatti proposto l'esenzione dalla tassazione di obbligazioni e derivati - ovvero sui prodotti finanziari più speculativi - recuperando il gettito sugli scambi azionari. Una mossa contraria, secondo loro, porterebbe una paralisi delle transazioni sui mercati italiani, già in enorme difficoltà.
E pare che il Governo attualmente sia più in linea con i mercati, visto che "rumors" affermano che la modifica apportata oggi al Senato prevederà un emendamento che imponga la Tobin Tax solo sul saldo quotidiano (salvando il day e il fast trading), esonerando le obbligazioni e tutti i derivati. E' quanto si legge nel documento: "L'assunzione del maggior gettito come un dato costante nel tempo non sembra tener conto della possibilità che la disposizione in parola modifichi i comportamenti degli investitori che, al fine di eludere il pagamento dell'imposta, potrebbero ricorrere a forme di interposizione avvalendosi di persone fisiche o giuridiche non residenti in Italia".

"L'introduzione della tassa sulle transazioni finanziarie in Italia sarebbe un errore e causerebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro nell'economia". E' quanto dichiarato dal Ceo di London Stock Exchange, Xavier Rolet che aggiunge "favorirebbe la piazza di Londra e spingerebbe il business fuori dall'Italia". Una tassa che, secondo Rolet, colpirebbe soprattutto le piccole e medie imprese "che vedrebbero crescere i costi di finanziamento sui mercati dei capitali".
Le lobby finanziarie sono convinte che è una mossa da evitare e si fanno forza proprio in virtù del passo indietro della Germania, che ha previsto di applicare la Tobin Tax non prima del 2016. Lo dichiara l'Ifma, l'associazione di trader e consulenti, temendo inoltre una grave ripercussione sul mercato finanziario italiano: "c'è il rischio che l'Italia sia l'unico paese al mondo a istituire una Tobin tax così invasiva", afferma l'Ifma, sostenendo che quella francese presenta "ampie aree di esclusione che la rendono de facto non devastante per il settore finanziario".

Contrario all' "annacquamento" della Tobin Tax, il Partito Democratico, nelle parole del coordinatore delle commissioni Economiche alla Camera, Francesco Boccia: "È una tassa che deve essere applicata seguendo un criterio semplice: tutti devono pagare e tutti devono pagare poco, senza altre scorciatoie". Boccia promuove il modello francese, che esclude "dall’ambito di applicazione i derivati, senza però distinguere tra gli strumenti di copertura dal rischio, e quelli speculativi" ed è polemico nei confronti dell'allarmismo che sta portando all'impedimento di questa norma, concludendo "così si fa solo un pessimo servizio al Paese e alla finanza sana, quella che coopera con le imprese e l’economia reale".

Favorevoli anche all'introduzione della Tobin Tax, oltre 50 organizzazioni tra associazioni, ong, reti e sindacati della Campagna ZeroZeroCinque. Come riportato in un articolo de La Stampa del 1 dicembre, uno studio degli economisti Leonardo Becchetti e Nicola Ciampoli ha dimostrato come i derivati rappresentano "una base imponibile pari a 8.546 miliardi di euro, contro i soli 666 miliardi di transazioni che riguardano le azioni. In pratica, esentando i derivati il gettito si ridurrebbe da 1,088 miliardi a soli 233 milioni. Una scelta sbagliata, tanto più che tra il 2000 e il 2009 il mercato dei derivati finanziari non regolamentati in Italia è passato da 1.400 a oltre 10.000 miliardi di dollari. Una crescita del 642% in un decennio. Nello stesso periodo il PIL è aumentato del 26%".
“A cosa è dovuta questa crescita abnorme? - chiede Campagna ZeroZeroCinque - tutte operazioni di copertura di un rischio o lo sviluppo di un gigantesco mercato speculativo?”.