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Tokyo calling

Gianni Vernetti
·8 minuti per la lettura
Yoshihide Suga is applauded after being elected as Japan's new prime minister at parliament's lower house in Tokyo, Wednesday, Sept. 16, 2020. Suga was formally elected Wednesday as Japan’s new prime minister in a parliamentary vote, replacing Shinzo Abe. (AP Photo/Koji Sasahara) (Photo: ASSOCIATED PRESS)
Yoshihide Suga is applauded after being elected as Japan's new prime minister at parliament's lower house in Tokyo, Wednesday, Sept. 16, 2020. Suga was formally elected Wednesday as Japan’s new prime minister in a parliamentary vote, replacing Shinzo Abe. (AP Photo/Koji Sasahara) (Photo: ASSOCIATED PRESS)

Il nuovo governo di Yoshihide Suga, entrato in carica pochi giorni fa in Giappone, nasce nel segno della forte continuità con la compagine governativa di Shinzo Abe, il premier più longevo della storia del Giappone che ha guidato il paese per quasi dieci anni fra il 2006 e il 2007 e poi ancora fra il 2012 e il 2020.

Molti degli uomini forti del gabinetto Abe hanno trovato spazio nel nuovo corso di Suga: l’ex Ministro del Welfare Katsunobu Kato è diventato Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il Ministro delle Finanze Taro Aso è stato confermato, il fratello di Shinzo Abe, Nobuo Kishi è diventato Ministro della Difesa e Toshimitsu Motegi è stato confermato nel ruolo di Ministro degli Esteri.

Un sondaggio reso pubblico ieri da Nikkei/TV Tokyo assegna a Yoshihide Suga un gradimento molto alto del 74%, che non si registrava dai tempi del premier Yukio Hatoyama, undici anni fa.

E’ ancora presto per sapere come Yoshihide Suga connoterà la propria leadership, ma è possibile invece tracciare fin d’ora un’ipotesi degli assi principali lungo i quali il nuovo governo del Giappone articolerà la propria politica estera e la propria proiezione globale.

E per orientarsi adeguatamente lungo tali percorsi, non si può prescindere dalla “Free and Open Indo-Pacific Initiative”, la risposta giapponese alla Via della Seta Cinese, nata come una serie di progetti per contrastare il protagonismo cinese nella vastissima area Indo-pacifico e diventata sempre più un’articolata dottrina di politica estera.

Lanciata dal premier Shinzo Abe nel 2018, la Free and Open Indo-Pacific Initiative si fonda su tre pilastri:

1. promozione nella vasta area dell’indo-pacifico dello stato di diritto, della libertà di navigazione e del libero commercio;

2. promozione dello sviluppo economico aumentando la connettività dell’intera regione, l’integrazione economica, lo sviluppo degli investimenti;

3. impegno per pace, stabilità e sicurezza nel rispetto delle regole e nel diritto internazionale.

E se si analizzano i progetti e gli investimenti promossi dal Giappone emerge con chiarezza il disegno di una concreta alternativa alla Via della Seta Cinese con una rete articolata di iniziative economiche e commerciali e di cooperazione che da Tokyo raggiunge l’Africa con la creazione di una grande spazio fondato sulla libertà di navigazione e sullo stato di diritto.

Le nuove vie marittime disegnate, creano una fitta rete di cooperazioni fra le democrazie dell’indo-pacifico di Giappone, India e Australia con i paesi in transizione del Sud-Est Asiatico fino ad approdare nei porti dell’Africa Orientale, attraversando la grande area del mar Cinese Meridionale occupata dalla Repubblica Popolare Cinese, in aperto conflitto con tutti i paesi dell’area e senza nessuna legittimità internazionale.

I progetti infrastrutturali promossi, dall’alta velocità Mumbai-Ahmedabad, alla ferrovia fra Yangon e Mandalay in Birmana, fino allo sviluppo dei porti di Colombo (Sri Lanka), Mombasa (Kenya), Sianoukhvile (Cambogia), Apia (Samoa), Nacala (Mozambico), si fondano poi su sistemi di finanziamento “sostenibile” per evitare i rischi della “trappola del debito”, che hanno raffreddato molti entusiasmi nell’indo-pacifico e in Africa nei confronti di Pechino.

E non mancano in tal senso anche dei clamorosi “cambi di campo” fra Cina e Giappone, come lo dimostra il caso della linea ad Alta Velocità nell’isola di Java in Indonesia

Il progetto dei primi 140km assegnato ai Cinesi nel 2015 nella cornice della “Belt & Road Initiative” ha visto un crescente incremento dei costi e continui ritardi che hanno rallentato anche il processo di finanziamento della China Development Bank. Da qui la recente idea nel maggio di quest’anno del governo indonesiano di Joki Widodo di coinvolgere il Giappone nella realizzazione dell’intera linea fino a Surabaya, con ulteriori 700km di rete.

Ma dove si può cogliere appieno la nuova proiezione globale del Giappone è nel settore della cooperazione strategica nel settore della sicurezza marittima e della libertà di navigazione. Fra il 2018 e il 2020 sono stati siglati decine di accordi di cooperazione praticamente con tutti i paesi del sud e del sud-est asiatico: Filippine, Vietnam, Indonesia, Thailandia, Brunei, Malaysia, Maldive, Bangladesh hanno tutti sottoscritto intese che prevedono attività di formazione e addestramento nel settore del controllo della navigazione, nonché la fornitura di decine di navi per il pattugliamento dei mari.

Nel luglio di quest’anno poi, le manovre militari congiunte fra Usa, Giappone, India e Australia hanno dato nuovo vigore al “QUAD”, il Quadrilateral Security Dialogue lanciato nel 2007 dal premier Shinzo Abe e per diversi anni rimasto in sordina.

Gli Usa hanno impegnato nelle esercitazioni la portaerei Nimitz nell’Oceano Indiano, all’imbocco dello Stretto di Malacca e la portaerei Ronald Reagan nel Mar delle Filippine, che insieme alle flotte di India, Giappone e Australia hanno simulato come rendere libera la navigazione nelle arterie dove transita gran parte del commercio marino mondiale.

Fra poche settimane, l’India terrà al largo delle sue coste le esercitazioni annuali “Malabar” insieme a Usa e Giappone e quest’anno per la prima volta verrà invitata anche l’Australia.

Sta prendendo dunque forma una sorta di “NATO d’oriente”, per iniziativa delle principali democrazie dell’indo-pacifico che hanno sempre più interesse a coordinare politiche comuni di sicurezza dopo che Pechino ha deciso di cambiare lo “status quo” dell’intera area, inaugurando una politica estera estremamente aggressiva.

La legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, la crescente tensione nello stretto con Taiwan, gli sconfinamenti e gli scontri in Ladakh con l’esercito indiano e l’occupazione del mar Cinese Meridionale hanno accesso più di un campanello di allarme e potrebbero portare anche ad un ampliamento dei possibili partner della nuova alleanza soprattutto fra i paesi del Sud-Est asiatico.

Come confermato da diverse fonti al Dipartimento di Stato Usa, sono già 3 i paesi che hanno avviato un confronto per l’allargamento del progetto “Quad”: Vietnam, Corea del Sud e Nuova Zelanda andrebbero ad aggiungersi ai quattro soci fondatori per completare la nuova architettura di sicurezza dell’indo-pacifico.

Sempre sul fronte della sicurezza internazionale, il Giappone ha avviato poi in questi mesi un intenso dialogo con il Regno Unito e con i paesi promotori dell’alleanza di intelligence “Five Eyes”.

L’incontro a Londra dello scorso 7 agosto fra il Ministro degli Esteri Toshimitsu Motegu e il suo omologo britannico Dominic Raab in origine previsto per discutere il nuovo “Free Trade Deal”, l’accordo commerciale bilaterale fra Giappone e Regno Unito, ha avuto un ampio focus sulla Repubblica Popolare Cinese, come ampiamente menzionato nel comunicato finale del meeting con il quale i due paesi hanno espresso “gravi preoccupazioni” sulla nuova politica cinese a Hong Kong e nel Mar Cinese Meridionale.

Da qui l’idea giapponese di aumentare progressivamente lo scambio di informazioni e relazioni con i “Five Eyes”, la più antica ed efficace alleanza fra le intelligence di Usa, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, nata durante la Guerra Fredda per fronteggiare la minaccia sovietica, poi rivitalizzata dopo l’11 settembre ed oggi nuovamente molto attiva nel monitoraggio delle attività cinesi nell’indo-pacifico.

Per comprendere appieno il graduale spostamento del Giappone su una posizione maggiormente assertiva nello scacchiere dell’estremo oriente è utile scorrere il “Diplomatic Bluebook 2020” presentato a Tokyo prima dell’estate dal Ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi e la lente d’ingrandimento che va utilizzata è naturalmente quella delle relazioni sino-giapponesi.

Taiwan viene per la prima volta viene definito un “partner estremamente importante” e, dopo la crisi pandemica, il Giappone sostiene apertamente la reintegrazione di Taipei come osservatore all’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo la sua esclusione dal 2017 in seguito alle fortissime pressioni di Pechino.

Questo è il contesto nel quale poche settimane fa l’LDP, il Partito Liberal-Democratico con una ampia maggioranza nella Dieta nazionale giapponese ha depositato una risoluzione per chiedere l’annullamento della visita di stato di Xi-Jining a Tokyo, dopo gli arresti di massa e in seguito all’approvazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong

La visita di stato a Tokyo di Xi-Jinping, prevista originariamente per lo scorso mese di aprile e poi rinviata per il COVID-19, è dunque ancora oggi “on hold” in attesa che il nuovo gabinetto di Yoshihide Suga decida il da farsi.

Intanto crescono a tutto campo le relazioni politiche, economiche e militari fra le due grandi democrazie dell’indo-pacifico: l’India e il Giappone.

Pochi giorni fa, il 10 settembre, dopo un ultimo colloquio telefonico fra Narendra Modi e Shinzo Abe, è stato un siglato un patto militare fra Tokyo e Nuova Delhi che prevede un accordo logistico a tutto campo fra i due eserciti e fra le due flotte con la condivisione di rifornimenti, servizi, utilizzo delle basi, che aumentano in modo significativa l’interoperabilità fra le due forze armate.

L’accordo aumenta in modo considerevole il coordinamento fra Giappone e India nel settore della sicurezza e rappresenta un altro tassello importante della nuova architettura di sicurezza costruita per garantire la “libertà e l’apertura dell’intera area Indo-Pacifica”.

La storia si è rimessa in moto lungo direttive inaspettate e il Giappone, insieme alle democrazie asiatiche, sta dimostrando grande capacità di azione e di adattamento ai nuovi scenari geo-politici.

Europa e Italia bene farebbero ad iniziare a comprendere come il nuovo “secolo asiatico” non sarà soltanto e necessariamente cinese.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.