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Toro si arrampica sul proverbiale muro di paura

Gaetano Evangelista
·3 minuto per la lettura

Le aspettative per l’anno corrente sono state ben delineate nel nostro 2021 Yearly Outlook. La prevedibile compressione dei multipli di mercato sarà più che compensata da un exploit degli utili aziendali: +35% su scala globale è la proiezione di Goldman Sachs.

I mercati azionari mondiali portano a casa una nuova settimana dal saldo cospicuamente positivo. Dopo il minimo del bear market di dieci mesi fa, la circostanza si è manifestata in 29 settimane su 44: neanche i due terzi del totale. Il Toro si è gestito sapientemente, salendo non senza soluzione di continuità: centellinando le risorse, senza conseguire eccessi insostenibili, né producendosi in strappi che inducessero gli autoemarginati dal listino dal salire furiosamente a bordo. E nel frattempo la capitalizzazione delle borse mondiali è salita a più di 107 trilioni di dollari: gli investitori immuni ai pregiudizi ringraziano sentitamente.

È il classico Toro che si arrampica sul proverbiale muro di paura. La scorsa settimana è tornato a trovarci Jeremy Grantham: leggendario gestore, da anni in guerra con sé stesso: ci sarebbe una bolla, e non solo; starebbe per scoppiare. Niente di nuovo: Grantham si è lasciato andare a profezie simili nel 2020, nel 2019 e in pressoché tutti gli ultimi dieci anni. Non nel 2018: a gennaio di tre anni fa suggerì di prepararsi ad un’esplosione rialzista. Esplose soltanto il VIX, mentre i listini azionari crollarono. La lezione è che i ribassisti vanno tenuti in considerazione soltanto nel momento in cui si lasciano andare a previsioni contrarie a quelle per cui sono tristemente conosciuti.

Le aspettative per l’anno corrente sono state ben delineate nel nostro 2021 Yearly Outlook. La prevedibile compressione dei multipli di mercato sarà più che compensata da un exploit degli utili aziendali (+35% su scala globale è la proiezione di Goldman Sachs) che sancirà il passaggio dalla stagione Hope a quella Growth, per usare la nomenclatura della banca americana. Questa transizione non sarà però lineare: alti e bassi di mercato si alterneranno, e non ci sorprenderemmo se le quotazioni si concedessero una pausa fino ai primi giorni di febbraio. Anche più, se necessario. Ma l’onere della prova spetta ai ribassisti, non ai rialzisti.

Questo non vale per l’Italia, che ha fallito l’appuntamento fatale con l’ultima resistenza appena sopra i 23000 punti di FTSE MIB (25000 punti per l’All Share), ripiegando mestamente. Saremmo anche inclini a sposare la tesi della lateralità, in desolante solitudine rispetto alle convinzioni più rosee espresse per tutti gli altri listini mondiali; ma non possiamo prescindere da condizioni estreme raggiunte dai misuratori di rischio, eccessivamente mortificati fino a pochi giorni addietro.

Il CDS a 5 anni è sceso pericolosamente sotto i 100 punti base, mentre lo spread di rendimento biennale rispetto al benchmark tedesco – a nostro parere più affidabile della differenza decennale – è risalito ora sopra i 40 punti base, dopo esservi sceso sotto: al pari di quanto occorso ad inizio 2020 e nella primavera del 2018. Si paga ancora troppo poco per coprirsi dal rischio Italia. Qui, purtroppo, l’onere della prova spetta ai compratori.

Autore: Gaetano Evangelista Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online