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Tre miliardi sono pochi. Le imprese rischiano di pagare di più i nuovi ammortizzatori

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi alla Camera durante comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo, Roma, 20 Ottobre 2021. ANSA/GIUSEPPE LAMI (Photo: GIUSEPPE LAMIANSA)
Il presidente del Consiglio Mario Draghi alla Camera durante comunicazioni in vista della riunione del Consiglio europeo, Roma, 20 Ottobre 2021. ANSA/GIUSEPPE LAMI (Photo: GIUSEPPE LAMIANSA)

Anche il governo di Mario Draghi deve fare i conti con la regola più vincolante di ogni manovra economica. Quella che recita così: sono i soldi a disposizione a determinare le misure e quindi il loro impatto. Se il ragionamento, come sta avvenendo in queste ore all’interno dell’esecutivo, si lega alla riforma degli ammortizzatori sociali, che punta a rendere la cassa integrazione uno strumento universale, cioè per tutti i lavoratori, si capisce bene perché la questione è molto delicata. A maggior ragione se la riforma guarda soprattutto alla tutela dei lavoratori di quelle piccole imprese che tra undici giorni si ritroveranno senza la protezione del blocco dei licenziamenti. Nel Governo non siamo all’allarme rosso, ma il fatto che nel giorno della pubblicazione del Documento programmatico di bilancio si metta già in conto che serviranno più soldi rispetto ai 3 miliardi già raccolti marca una rincorsa. Al momento è inevitabile che la riforma si trovi di fronte a un bivio: perdere pezzi o far pagare alle imprese un contributo addizionale più salato.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando, che lavora alla riforma, rassicura sul fatto che sarà “in senso universalistico, potenzierà la Naspi (l’indennità di disoccupazione ndr) e consentirà anche di avere strumenti che garantiscano, legando gli ammortizzatori sociali alla formazione, di gestire in meglio le transizioni industriali, in particolare le digitali ed ecologiche”. Ma il punto è come fare a rendere operativa una riforma che al Tesoro è stata quantificata in almeno 6 miliardi, quando invece a disposizione c’è il miliardo e mezzo sottratto al cashback e un altro miliardo e mezzo messo a deficit con la manovra. Un indizio sul carattere work in progress della riforma lo dà il metodo scelto dal Governo: i soldi arrivano subito, con la manovra, mentre le norme dopo. Da una parte si punta a stimare gli effetti della riforma stessa, che potrebbero portare a risparmi da convertire in coperture e quindi rendere meno impegnativa la caccia ai soldi. Dall’altra però è in gioco la portata della partenza della riforma. Un equilibrio complesso, soprattutto se alla fine prevarrà la scelta di caricare le imprese di un costo aggiuntivo alla luce di un carico sulle casse pubbliche inferiore a quello preventivato quando la riforma è stata scritta.

Come ricalibrare la riforma su uno stanziamento inferiore alle stime è ancora oggetto di valutazione, ma intanto nelle imprese si è affacciato lo spauracchio che alla fine i nuovi ammortizzatori siano pagati dai datori di lavoro in modo importante. La questione esiste da mesi e il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, che è d’accordo sulla cassa integrazione universale, da settimane ripete che bisogna capire però quanto paga lo Stato e quanto pagano le imprese. È evidente che se il Governo parte con meno soldi in tasca allora saranno le seconde a dover versare un contributo addizionale più alto. La vicenda si allarga, apre forse alla prima questione della manovra che impatta non sui partiti di maggioranza, ma sulle parti sociali. Non solo su Confindustria. Anche i sindacati, al di là di chi paga, aspettano di capire come sarà confezionato un paracadute importantissimo per i lavoratori.

L’alternativa rispetto a una redistribuzione degli impegni finanziari tra lo Stato e le imprese è mozzare la riforma nei contenuti. Ma già la genesi dura da nove mesi, già è stato difficile mettere d’accordo tutti, dai sindacati ai Fondi bilaterali: rimettere mano ai contenuti significa scontentare qualcuno. Basta mettere in fila rapidamente gli stessi contenuti per capire perché. Nella riforma c’è la previsione di un ammortizzatore ordinario per chi adesso non ce l’ha, quindi un sostegno ai lavoratori delle imprese con meno di cinque dipendenti. Un solo importo massimo (poco meno di mille euro netti al mese) invece degli attuali due, due durate differenti per il beneficio (13 settimane per le piccole imprese fino a 5 dipendenti, 26 settimane tra i 6 e i 15 dipendenti). L’altro punto sensibile riguarda la possibilità di accedere più facilmente alla Naspi, con una riduzione dell’assegno da far scattare dopo il sesto mese non dopo il quarto. Così come il potenziamento della Dis-coll, la disoccupazione dei collaboratori. Tagliare una di queste voci, si diceva, genera discriminazione e malcontento.

Il Governo è consapevole del rischio e per questo si stanno cercando già risorse aggiuntive. La sede indicata per rimpinguare la cassaforte è il Parlamento: ogni anno la manovra si gonfia rispetto alle indicazioni del Governo, ma è pur vero che quest’anno a palazzo Chigi c’è Mario Draghi, uno che non sperpera soldi tantomeno in contentini ai partiti. Insomma il tesoretto a disposizione delle Camera non sarà esiguo, considerando che anche altre misure proveranno a tirare a sé nuovi soldi. Ci proverà la Lega sulle pensioni visto che per il prossimo anno ci sono appena 600 milioni e con queste risorse si potenzia l’Ape sociale e si introduce una finestra di flessibilità minima (quota 102 e quota 104), che non è il finestrone di quota 100 e che il Governo è di fatto obbligato ad aprire per non creare un disagio ai lavoratori che si troveranno di fronte allo scalone, impossibilitati ad andare in pensione. Trovare nuovi soldi significa tagliare da qualche parte o risparmiare da un’altra. Un’operazione complessa che corre su un tema - il lavoro - più che sensibile.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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