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Tre suicidi a settimana per motivi economici. Una tragedia che continua nel disinteresse generale

(Getty)
(Getty)

I dati fanno impressione e rabbia: 878 suicidi per motivi economici al 2012 al 2017. Praticamente tre a settimana. In 608 casi si è sfiorata la tragedia. Sono i numeri del laboratorio di ricerca sociale della Link campus University di Roma e fotografano una realtà, quella del tessuto imprenditoriale e produttivo del nostro Paese, sempre più sofferente ma pressoché ignorata.

I casi

I due episodi più recenti riguardano due titolari d’azienda piemontesi. Un industriale di Rivoli, a 57 anni, ha preferito suicidarsi nella sua azienda invece che affrontare il dramma del fallimento. Un artigiano di Pinerolo si è barricato nella sua officina e si è ucciso sparandosi un colpo in testa. Tutto nel quasi completo disinteresse delle istituzioni che fanno poco o nulla per aiutare che è rimasto schiacciato, senza riuscire a sopportarlo, dalla crisi.

Le colpe della politica

In questi cinque anni, se analizziamo il quinquennio 2012-2017, la politica è stata assente. A gennaio Bruno Ferrari, il titolare di una storica azienda della montagna piacentina, ha inscenato un funerale davanti al Comune della sua città, poi si è ammanettato al portone. Dava lavoro a quindici persone, l’alluvione del 2015 lo ha messo in ginocchio e lo Stato lo ha ignorato.

Gli effetti della crisi

La storia di Sergio Bramini è simile. L’imprenditore brianzolo è stato messo in ginocchio dai crediti insoluti. Si è incatenato, a maggio, nel cortile della sua ditta, subito dopo aver ricevuto l’ordine di sgombero. Storie lavorative con tanti punti in comune, compresa l’assenza del governo che fino ad oggi non si è mosso per aiutare chi contribuisce a rendere florido il tessuto produttivo del nostro Paese, ma che ne rimane impantanato senza riuscire a ripartire.

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