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Tu come stai? È la domanda che abbiamo imparato a farci dopo quest'anno difficile

·9 minuto per la lettura
Photo credit: susan buth/blaublut-edition.com
Photo credit: susan buth/blaublut-edition.com

Quasi 15 mesi di pandemia, e ancora non sappiamo se la svolta è dietro l'angolo. Se la lenta inesorabile avanzata delle vaccinazioni ci metterà al sicuro, spalancandoci un futuro più luminoso o se, dietro l’ultimo tramonto di un’altra estate incerta, torneremo a confinarci a intermittenza nelle nostre case. Come molte lettrici di Elle nel mondo ormai sanno, periodicamente proponiamo loro un sondaggio per saggiare, Paese per Paese, il tasso di felicità. In quest’anno così complesso, anziché registrare il consueto Happiness Index, abbiamo scelto di interrogare chi ci legge per capire come si senta, quale impatto abbia avuto la pandemia sulla sua esistenza, sulla visione della vita. S’intitola infatti Ripensare noi stessi la survey internazionale che Elle ha condotto in questi mesi tra le lettrici delle 45 edizioni nel mondo - le intervistate sono per la maggior parte donne, in Italia il 96% - che ha ottenuto risultati sorprendenti, su cui vale la pena di riflettere.

Un dato su tutti, il più paradossale: alla domanda introduttiva: “Come ti senti in generale nella vita?”, il 61% delle italiane risponde “felice” o “totalmente felice”, percentuale che si attesta appena sotto la media globale dei Paesi coperti dall’indagine (64%), inferiore a quella di giapponesi (80%), tedesche e olandesi (79%), canadesi, svedesi e portoghesi (tutte sopra il 70). Ma stiamo meglio delle lettrici greche e spagnole (50%) e delle desolatissime ceche (35%). Ed è ancora più interessante ricordare che nello studio sull’happiness index pubblicato da Elle nel gennaio 2017 il rapporto era totalmente ribaltato: le italiane che si dichiaravano felici erano allora solo il 39%.

Ritorno ai bisogni radicali

No, non è il segno che abbiamo tutte perso la testa, è piuttosto la confortante dimostrazione che le lettrici di Elle, che coincidono con le categorie più attive della popolazione, hanno saputo sfruttare un momento drammatico per ripensare a se stesse e alle proprie priorità, capitalizzando affetti, salute, condizioni dignitose di vita. Non si tratta, è chiaro, di una felicità spensierata o incosciente, le risposte delineano anzi un sentimento maturo e consapevole: il 40% ammette che l'anno trascorso è andato male (31% è la media internazionale). E non è un buonumore generalizzato: le più felici (66%) si registrano nelle fasce tra i 15 e i 24 anni e tra i 35 e i 49, scendono al 57% per gli over 50.

La media varia, comprensibilmente, man mano che si passa dai redditi molto alti (77%) a quelli molto bassi (54%). Tocca punte del 66% per chi ha un lavoro, cala al 38% per chi è disoccupata. Si dice felice il 68% delle lettrici sposate o in coppia e il 45% delle single. Il 60% di chi ha una licenza elementare e il 66% di chi ha un master o un dottorato. Ed è migliore il bilancio di chi vive in una grande casa con giardino (67%), rispetto a chi sta in appartamento senza spazi all’aperto (57). «È il trionfo di quelli che la filosofa Ágnes Heller chiamava bisogni “radicali”, che più attengono alla radice umana: la convivialità, l’amicizia, l’amore e la bellezza», spiega Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro presso La Sapienza, che ci ha aiutati a leggere il sondaggio. «Ne escono sconfitti i bisogni che Heller considerava “alienanti”: il possesso di beni, soldi e potere. La pandemia, che ha tagliato le gambe a ogni ostentazione, ha fatto riemergere nuove forme di lusso: la sicurezza, il tempo, il silenzio».

Rivoluzione privata

Una capriola esistenziale e collettiva consumata nel chiuso delle nostre case. Anche qui fattori come l’alloggio, l’età, il reddito hanno un impatto sul modo in cui questo cambiamento è percepito dalle intervistate. L’84% delle italiane riconosce che questo periodo ha cambiato la loro vita: è più della media globale (80%), molto più del 60% delle cinesi, che pure hanno vissuto l’esordio della pandemia, ma meno dell’88% registrato dalle americane. L’isolamento da parenti e amici (51%), la limitazione o sospensione dei viaggi (51%) e la chiusura di luoghi culturali e di svago (40%) sono tra i cambiamenti più difficili da digerire: il dato interessante è che le italiane sono tra quelle a cui l’impossibilità di viaggiare è più pesata. Tante (25%) si sono ritrovate a combattere con l’ansia legata alla malattia, alla morte e all’isolamento, tra le più colpite, le brasiliane (60%, e le ragioni sono evidenti).

«Abbiamo fatto diverse scoperte in questi mesi», commenta De Masi. «La prima è che, almeno per i virus, il mondo è ormai globalizzato. Abbiamo capito quanto sia importante avere uno Stato unitario e un settore pubblico che funzioni, quanto siano cruciali le competenze quando si tratta di prendere decisioni, abbiamo sbattuto la faccia sul fatto che le scienze esatte non sono esattissime, che la natura non fa sconti a nessuno, neanche all’uomo bianco e ricco, e che anche di fronte a una tragedia come questa alcuni si arricchiscono e altri soccombono». Eppure anche qui non ci deve sfuggire che per il 22% delle intervistate si è trattato addirittura di un «periodo buono» e i cambiamenti che il lockdown ha portato con sé non sono tutti sgraditi. In molte hanno apprezzato il fatto di passare più tempo a casa (38%, ma le più felici sono le americane col 45%), cucinare (27%) leggere libri e romanzi (25%), guardare film (24%).

Due cuori e una capanna (nuova)

I soldi non comprano la felicità, ma certamente hanno aiutato a trascorrere meglio questo periodo: se la casa è stata lo scenario principale delle nostre vite, in molte si sono adoperate per adattarla alla misura delle proprie esigenze: il 34% delle italiane dichiara di aver portato delle modifiche al luogo in cui vive, tra ristrutturazioni e acquisti di mobili nuovi, e la percentuale sale al 49% tra i redditi più alti. Lo hanno fatto soprattutto, sostengono, per «regalarsi più felicità» (il 45%) e «per ricominciare» (il 25%). Ma c’è di più: il 43% delle italiane dichiara di aver maturato, con la crisi, il desiderio di trasferirsi o di comprare una casa. «La grande trasformazione delle abitazioni è dovuta soprattutto alla diffusione rapida e capillare dello smart working», spiega ancora De Masi. «Andremo sempre più verso un mondo in cui vita e lavoro si confondono: come adesso ogni casa dispone di un angolo cottura, così occorrerà pensare a un angolo o a una stanza per il lavoro. Mentre gli urbanisti dovranno riprogettare città pensate più per vivere che per lavorare, gli architetti saranno chiamati a ristrutturare case con spazi adeguati per il lavoro». Protagoniste di questa transumanza verso case che rispondano a uno stile di vita ed esigenze rinnovate sono le più giovani: il 53% delle 15-24enni e il 60% delle 25-34enni.

Lo fanno soprattutto, ammettono, per poter «vivere da sole» (55%): segno che il confinamento ha risvegliato, almeno tra le ragazze, un sano desiderio di indipendenza. L’irrequietezza dei giovani per la vita in famiglia emerge anche nell’alto tasso di insoddisfazione per la propria vita sessuale: tra le 15-24enni solo il 29% dichiara di esserne felice. Risulta invece singolarmente più alta tra chi ha figli (46%). Allargando lo sguardo, sono il 41%, le italiane che si dichiarano felici tra le lenzuola (il dato del 2017 era 48%), meno di noi: brasiliane, francesi e americane.

Photo credit: Susan Buth/blaublut-edition.com
Photo credit: Susan Buth/blaublut-edition.com

Nel nome della sicurezza e del piacere

Confinamento e ansie hanno minato la nostra body confidence: il 39% delle italiane si sente peggio nel proprio corpo rispetto all’inizio della pandemia (più ancora di noi, brasiliane e spagnole) e la sensazione s’intensifica con l’età: il 27% delle 15-24enni contro il 41 delle ultracinquantenni. D’altronde, l’aspetto è tra le preoccupazioni meno pressanti in questo periodo (per il 21%, dice il dato globale, ma le italiane restano quelle che ci tengono di più, con le cinesi). L’emergenza ci ha profondamente prostrate: a dimostrarlo è un altro dato significativo: il 62% delle italiane sogna una vacanza «per rilassarsi». I numeri dicono però anche che noi italiane, più delle altre, continuiamo a sognare vacanze culturali e d’esplorazione, che tra le più giovani resta forte la preoccupazione di ammalarsi e che, in generale, a guidarci nella scelta di una destinazione è soprattutto la volontà di evitare luoghi affollati (57%).

L’esigenza di sicurezza e di gratificazione modifica sensibilmente anche la definizione di lusso, che ora coincide soprattutto con la qualità (56%), l’estetica e il design (31%) ed è qualcosa che regala soprattutto piacere (54%). Ma a darci piacere e a tenerci uniti, dicono ancora i numeri, è soprattutto il cibo. Se potessero scegliere dove mangiare, tra ristoranti, locali, take away, il 79% delle italiane (51% è il dato globale) dice di preferire ancora il cibo cucinato in casa, acquista prodotti alimentari sulla base dell’origine (63%) e degli ingredienti naturali (42). «Duecento anni di rivoluzione industriale», ricorda il sociologo, «hanno espropriato le nostre case dei momenti più importanti di convivialità, tra tutti quello del pranzo, ormai limitato alla domenica. La crisi ci ha riportato al tempo in cui la casa coincideva con la bottega, altro che panino al volo: si sospendeva il lavoro e si mangiava insieme. Lo smart working, in fondo, ha riportato il pasto e la cucina al centro della giornata, favorendo spesso la condivisione dei ruoli, in questa e altre attività domestiche. La soddisfazione registrata dipende molto anche da questo».

Benedette le piccole cose

Abbiamo ancora fiducia nel futuro? Alla domanda, la grande maggioranza di italiane risponde di sì (66%): 8 punti in più rispetto al 2017, anche se la media globale si attesta sul 68% e svedesi, cinesi, americane e tedesche sono più ottimiste di noi. È il segno che forse riusciremo a recuperare, dopo l’equilibrio nella vita privata, anche lo slancio verso una felicità collettiva: «La pandemia ci ha regalato, alla fine, quella decrescita felice che teorizzava il filosofo Serge Latouche: l’isolamento ha sconfitto il consumismo; paradossalmente, ci ha restituito la gioia della convivialità, mostrando che lavoro e vita erano diventati antitetici, ma ora finalmente potrebbero trovare una composizione. Se la pandemia fosse durata poche settimane, saremmo tornati tutti come prima, ma questi lunghi mesi ci hanno cambiati, ci hanno persuaso, come scrive Fernando Pessoa in una poesia molto amata, che... “Benedetti siano gli istanti, i millimetri, e le ombre delle piccole cose, ancora più umili delle cose stesse"».

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