Manca la tutela della salute? Legittimo rifiutarsi di lavorare

È ancora una volta l’amianto, la “lana della salamandra”, a scoperchiare il vaso di Pandora di un mondo del lavoro che, se non opportunamente “sorvegliato” dal basso, erode decenni di conquiste sindacali a tutela della salute dei lavoratori. Lo scorso 5 novembre la sentenza n. 18921 emessa dalla sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha sancito come il datore che non adotti le misure necessarie di tutela della salute sul lavoro sia da considerare inadempiente rispetto al lavoratore e, conseguentemente, obbligato a retribuire chi si sia astenuto dalla propria attività in seguito a questo inadempimento. Il rispetto dell’articolo 1460 del Codice civile – secondo il quale “nei contratti con prestazioni corrispettive, ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere la sua obbligazione, se l'altro non adempie o non offre di adempiere contemporaneamente la propria” - non solo non comporta sanzioni ma prevede che i lavoratori autosospesisi percepiscano la retribuzione salariale loro spettante.

All’origine della sentenza vi è il caso del personale operante in una grande officina, nei cui locali venivano effettuate lavorazioni che determinavano un inquinamento da amianto. Nonostante una bonifica realizzata dalla dirigenza, i dipendenti hanno voluto andare a fondo della questione e, sulla base del verbale di un sopralluogo svolto da specialisti della società, hanno deciso di cessare ogni attività in quella sede, dando la propria disponibilità a operare in altri locali. Dopo l’intervento del giudice penale e una volta effettuata la messa in sicurezza dell’azienda i lavoratori  sono tornati in azienda ma il datore di lavoro si è rifiutato di pagare la retribuzione spettante per il mese e mezzo di astensione

I lavoratori non si sono dati per vinti e, dopo l’esito positivo dei ricorsi di primo e secondo grado, hanno portato la loro battaglia in Cassazione. Nell’emettere la sentenza a favore dei ricorrenti, la Corte di Cassazione ha sottolineato la corretta interpretazione, da parte della Corte d’Appello, dell’articolo 2087 del Codice civile, secondo il quale ogni datore di lavoro deve mettere in atto tutte le misure necessarie a garantire l’integrità fisica dei prestatori di lavoro. Ma non solo. La Corte di Cassazione ha confermato anche la corretta applicazione dell’articolo 1460 del Codice civile, secondo il quale nei rapporti professionali ciascuno dei contraenti può rifiutarsi di adempiere ai propri obblighi qualora non vengano adempiuti quelli sottoscritti dall’altra parte. Il datore di lavoro, dunque, dovrà pagare. Un piccolo caso che farà giurisprudenza: d’ora in poi i dirigenti e gli imprenditori che trascureranno le norme di sicurezza dovranno mettere mano al portafoglio due volte.