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Tutti i partiti col Patto per l'Italia. Ma non ci hanno capito niente

·4 minuto per la lettura
Prime minister Mario Draghi on te occasion of 'Confindustria 2021 assembly in Rome, 23 September 2021.ANSA/PRESS OFFICE/ATTILI (Photo: Filippo Attili ANSA)
Prime minister Mario Draghi on te occasion of 'Confindustria 2021 assembly in Rome, 23 September 2021.ANSA/PRESS OFFICE/ATTILI (Photo: Filippo Attili ANSA)

C’è qualcosa che è molto più di un equivoco nella nervosa e confusionaria dinamica che i partiti e i sindacati hanno messo in moto quando non sono passate neppure ventiquattro ore dall’idea del Patto sociale per l’Italia lanciata da Mario Draghi all’assemblea di Confindustria. A palazzo Chigi non è stato ancora definito il perimetro del Patto, che comunque resta economico-sociale, calibrato su imprese e sindacati. A tutto si pensa tranne che a replicare la concertazione del ’93. Chi ha letto le parole del premier come una riapertura permanente della Sala Verde, luogo delle trattative affollate e infinite, ha preso una gran cantonata. Eppure basta mettere in fila le dichiarazioni dei leader della maggioranza e di Cgil, Cisl e Uil per capire come la suggestione di un tavolo abbia generato un’invasione di campo. Tutti vogliono entrare nel Patto, sedersi al tavolo, dire la propria, imporre agende pur sapendo che sbattono contro quelle degli altri. Non è un equivoco, è un paradosso.

È un paradosso perché, come spiegano fonti di Governo di primissimo livello, Draghi è stato chiaro nello spiegare che il Patto può prendere forma se le parti sociali si uniscono in un discorso comune che guarda alla crescita duratura, cosa assai diversa dal rimbalzo tecnico del Pil. Le parti sociali, non i partiti. Soprattutto, ragionano le stesse fonti, il premier si è concentrato sul messaggio in sé, cioè la volontà di innescare un processo di responsabilità. Le modalità operative verranno, non si esclude a priori che sindacati e Confindustria possano essere invitati più spesso a palazzo Chigi, ma non ci sarà uno stravolgimento del metodo Draghi. Insomma non ci si metterà in trenta intorno a un tavolo, né tantomeno verrà meno la traccia del Governo sulle riforme che al massimo può essere aggiustata, non di certo riscritta da zero né tantomeno generata da un collage di tutte le proposte. Anche perché c’è il fattore tempo. Il richiamo ai Ministeri ad accelerare sul Recovery è la spia di un ritmo che non si vuole sacrificare più di tanto sull’altare di quella pace sociale che è necessaria, ma che non si vuole trasformare in un assalto a palazzo Chigi.

Draghi sa che questo equilibrio non è stabile, ma a fronte di quella che è un’indicazione a mettere da parte bandierine e veti quello che arriva dai destinatari del messaggio è l’esatto opposto. Veniamo alle dichiarazioni. Giuseppe Conte ha invaso per il perimetro di Draghi affermando che “tenere fuori i partiti dal Patto sarebbe una follia”. E poi via con l’autoscrittura dei contenuti del Patto: la sicurezza del lavoro, il salario minimo, la parità uomo-donna sul lavoro, la decontribuzione al Sud da rendere decennale, le norme contro le delocalizzazioni. Enrico Letta: “Nel Patto deve esserci un modo per controllare la spesa dei fondi europei evitando infiltrazioni criminali. In secondo luogo una discussione sul salario minimo. Terzo, fare sul tema della sicurezza del lavoro un passo avanti. Il quarto punto è la riforma degli ammortizzatori sociali”. Matteo Salvini: “Come Lega vogliamo assolutamente partecipare alla costruzione del Paese e a qualsiasi tavolo”. L’agenda: la riforma della burocrazia, della Pubblica amministrazione, del Codice degli appalti, no “al ritorno della Fornero” per le pensioni.

Il frullato di queste proposte ha la traccia delle bandierine. Il salario minimo piace al Pd e ai 5 stelle ma non a Salvini né tantomeno ai sindacati, sulle delocalizzazioni la Lega la pensa all’opposto dei dem, sulle pensioni e sulle tasse ognuno ha la sua ricetta. E la stessa dinamica coinvolge le parti sociali. Maurizio Landini non chiude al Patto, ma vuole vedere le carte, parlare di contenuti, capire se le riunioni a palazzo Chigi saranno più frequenti e soprattutto più produttive vista come è andata a finire sul green pass. Si dice disponibile al confronto, ma non esclude lo sciopero se le cose dovessero mettersi male. Anche Cisl e Uil, più vicine a Draghi, hanno messo in fila le loro richieste.

L’esito di questa frenesia dei partiti e dei sindacati, che è sintomo di una debolezza e di una certa marginalità, è ancora da scrivere. A palazzo Chigi e al Tesoro si lavora alle riforme del fisco e della concorrenza, il decreto anti delocalizzazioni è finito sotto la regia di Francesco Giavazzi, consulente economico del premier, sempre più pivot delle scelte che riguardano il lavoro e le imprese. L’attuazione del Recovery è sotto il monitoraggio del sottosegretario Roberto Garofoli. Bastano questi indizi per capire che il Patto non è un liberi tutti, un invito ad allargare l’agenda Draghi fino ad annacquarla. Ma l’euforia di essere chiamati a partecipare fa brutti scherzi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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