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Un cellulare su 10 è rigenerato: la pandemia fa crescere l’usato (di P. Mecarozzi)

Carlo Renda
·Vicedirettore HuffPost
·4 minuto per la lettura
A close-up view of a young woman using her smartphone (Photo: Karl Tapales via Getty Images)
A close-up view of a young woman using her smartphone (Photo: Karl Tapales via Getty Images)

(di Pietro Mecarozzi)

Identici nell’estetica, se non per qualche ammaccatura, e perfettamente funzionanti in termini di software. Sono i device ricondizionati: smartphone, tablet e laptop rigenerati, resettati e portati a nuova vita per poi essere venduti sul mercato a un prezzo competitivo. Il settore in questi ultimi anni ha registrato un’ascesa importante del trend, tanto da raggiungere quota 10% nel mercato generale della telefonia (stima Counterpoint Technology). Per un valore di 17 miliardi di dollari e di 120 milioni di apparecchi rigenerati a livello globale. Secondo l’International Data Corporation entro il 2022 il mercato arriverà a quota 52,7 miliardi, con il prezzo medio di vendita che scenderà da 231 dollari del 2017 a soli 180.

Il vantaggio in termini economici per i consumatori è notevole. I dispositivi ricondizionati vengono venduti con uno sconto sul prezzo originale che può andare dal 30% al 60%. Ed è forse anche per questo motivo che il mercato degli smartphone ricondizionati è riuscito a trovare slancio anche durante la pandemia. “Questa è la prima volta che la domanda sul mercato ufficiale, ovvero di ricondizionati certificati, è più grande della domanda sul mercato informale, l’usato non certificato”, spiega Fabian Thobe, Ceo di riCompro, azienda leader in Italia nel mercato dei ricondizionati. “Si parla di un aumento del mercato italiano del +30% nella prima parte del 2020 in confronto al 2019. Con un balzo avanti, tra tutti i dispositivi, dei tablet per via dell’aumento diffuso di smart worker”.


In più, contro ogni previsione, anche per le aziende produttrici il mercato dei ricondizionati è una finestra sul futuro. I motivi sono semplici: far crescere una seconda fascia di consumatori che non vuole spendere mille euro per il modello flagship; fortificare l’immagine dell’azienda in tema ambientale; sopperire a un’evoluzione tecnologica che negli ultimi anni non ha offerto grandi migliorie tecniche. Quindi, perché spendere 800 euro per uno smartphone quando se ne possono spendere 200 per un modello dalle caratteristiche quasi identiche?

A puntare su questo paradosso è stata proprio la Apple, che nel 2016 ha lanciato un programma di vendita di iPhone rigenerati a livello globale. Poi è stata la volta di Amazon, con una sezione dedicata ai ricondizionati: Amazon Warehouse. E per ultime le compagnie telefoniche. A partire dalla Tim, con il primo Green retail park” nel quale saranno proposti anche smartphone ricondizionati. Seguita subito dalle società francesi di telecomunicazione come Orange, Bouygues Telecom e Sfr, e dalla svizzera Swisscom. Che hanno aumentato la propria quota di vendite di smartphone ricondizionati sia in store, sia con offerte dirette alle imprese.

Anche l’ambiente trae beneficio da questa svolta. L’Unione Europea ha calcolato che nel 2020 in Europa ci saranno 12 milioni di tonnellate di cellulari, computer, tablet, frigoriferi, e lavatrici da smaltire. Che si vanno ad aggiungere ai 53,6 milioni di tonnellate metriche (Mt) di rifiuti elettronici generati nel 2019, con un aumento del 21% in soli cinque anni (Global E-waste Monitor 2020). Il tutto sommato al materiale sprecato a ogni cambio di dispositivo: “Più del 52.4% degli italiani tiene il vecchio dispositivo inutilizzato nei cassetti di casa”, avverte Thobe. “Il danno economico è di oltre 3,4 miliardi di euro. Senza contare l’impatto ambientale: la produzione, l’assemblamento e il trasporto al punto di vendita, per esempio, di un singolo iPhone 6, comporta la produzione di circa 81 kg di CO2”.
A dare sostegno all’industria dei ricondizionati negli ultimi anni si sono applicati anche i governi. Negli Stati Uniti, 26 Stati su 50 hanno imposto l’obbligo di acquisto di prodotti ricondizionati a scuole pubbliche e istituzioni governative. Mentre in Europa è stato varato un Pacchetto Ue per l’Economia Circolare, con l’obiettivo di ridurre i rifiuti e aumentare il riciclo in ogni ramo produttivo.

Insomma, dare una seconda vita ai telefonini è un’operazione virtuosa, purché la rigenerazione o il ricondizionamento non avvenga dall’altra parte del mondo. A livello mondiale, oltre a Europa e Stati Uniti, l’Asia rappresenta uno dei mercati in cui i prodotti rigenerati si stanno sviluppando più velocemente. Anche se con modalità differenti: in Asia la manodopera ha un costo irrisorio e la qualità dei prodotti è spesso di scarsa qualità. Tuttavia, al momento, è il continente con più riserve di prodotti tecnologici di seconda mano.

E così gli intermediari del settore, con l’aumentare della domanda, sono stati costretti a rifornirsi in quei mercati, soprattutto quello cinese. Per quale motivo? Il costo di una produzione occidentale” è alto, e lintero processo dovrebbe confluire nei laboratori tecnici delle società produttrici (Apple, Samsung etc) che, sulla base del “diritto alla riparazione”, hanno lesclusiva per un intervento sul dispositivo. A tal proposito lUe sta pensando al “Eu Circular Economy Action Plan”: ovvero il diritto di riparare per conto proprio e lobbligo per i produttori di vendere le parti di ricambio ai consumatori e ai laboratori indipendenti, con tanto di manuali per la diagnostica. Lapprovazione è prevista entro il 2021.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.