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"Un gallo incoerente". Il giudizio sprezzante su Sarkozy nel libro di Obama

Francesco Russo
·7 minuto per la lettura

AGI - Non è un periodo sereno per Nicolas Sarkozy. Nel giorno in cui l'ex presidente francese va a processo per corruzione, il suo umore deve essere stato reso ancora più tetro dai giudizi a volte sprezzanti che l'ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, gli ha riservato nella sua attesissima autobiografia "A promised land", uscita lo scorso 17 novembre. Che Obama avesse il dente avvelenato nei confronti di Sarko' non è un mistero per nessuno. È soprattutto a lui che imputa la responsabilità del coinvolgimento in quello che nell'intervista-fiume concessa a 'The Atlantic' nel 2016 aveva considerato il più grande errore della sua presidenza: l'intervento militare in Libia, inizio di nove anni di instabilità dai quali l'ex colonia italiana si sta risollevando a fatica solo ora.

L'intervento "non funzionò alla luce del "crollo dell'ordine sociale", constatò Obama in quel colloquio in cui tracciò il bilancio di otto anni alla Casa Bianca, "abbiamo evitato stragi di civili su larga scala, abbiamo evitato una prolungata e sanguinosa guerra civile e, nonostante ciò, la Libia è ancora un pasticcio". Obama utilizza un termine già colloquiale, "mess", ma in privato ne adottava uno ancora più crudo: "Shit show".

Il peso del paragone con Merkel

Per quanto motivata, colpisce l'acredine verbale con la quale Obama ricorda l'ex inquilino dell'Eliseo. Il primo presidente afroamericano, il cui stile misurato è stato rimpianto in questi anni da chi critica quello sopra le righe del successore Donald Trump, dipinge un Sarkozy "tutto esternazioni emotive ed esagerazioni retoriche". "Scuro di capelli, con tratti espressivi e vagamente mediterranei (era per metà ungherese e per un quarto ebreo greco), basso di statura (era alto circa un metro e sessantacinque, ma indossava scarpe con il rialzo), sembrava un personaggio uscito da un dipinto di Toulouse-Lautrec", scrive Obama. Un ritratto che fa da contraltare a quello, traboccante di ammirazione, della cancelliera tedesca Angela Merkel, lodata per "capacita organizzative, acume strategico e incrollabile pazienza". 

Sarkozy, prosegue l'ex presidente Usa, "non aveva la stessa coerenza della controparte tedesca e si lasciava spesso guidare dai titoli dei giornali o dall'opportunità politica. Nemmeno il tempo di arrivare a Londra per il G20 e già denunciava a parole gli eccessi del capitalismo globale". "Quello che gli mancava in fatto di coerenza ideologica, tuttavia, era compensato dal suo coraggio, dal suo fascino e dalla sua energia maniacale", racconta Obama, "in effetti, parlare con Sarkozy era a volte divertente e a volte esasperante, con quelle sue mani sempre in movimento, il petto in fuori come un gallo da combattimento, il traduttore personale (a differenza di quello di Merkel, il suo inglese era limitato) sempre di fianco a imitare ogni suo gesto o intonazione, mentre la conversazione passava dalle lusinghe alla spavalderia a un'intuizione brillante, il tutto senza mai allontanarsi troppo da quello che era il suo interesse primario - e mascherato solo a stento -, ovvero trovarsi sempre al centro dell'azione e prendersi il merito di qualsiasi cosa valesse la pena intestarsi".

Tifo da stadio per Geithner

"Non era difficile stabilire quale dei due leader europei si sarebbe rivelato più affidabile come partner", osserva Obama, che offre poi un ricordo tra l'imbarazzato e il divertito dello "slancio di entusiasmo" con il quale l'ex presidente francese accolse la conclusione del G20 del 2009 su una risposta globale alla crisi finanziaria, vertice nel quale l'ex segretario al Tesoro, Tim Geithner, ebbe un ruolo chiave nel convincere gli europei alla necessità di un approccio più flessibile: "È un accordo storico, Barack!" esclamò. "E lo abbiamo raggiunto grazie a te... no, no, e la verità! E il signor Geithner, qui... È fantastico!".

"Quindi prese a cantare il cognome del mio segretario al Tesoro come un tifoso a una partita di football, a voce abbastanza alta da far girare più di una testa in sala", racconta Obama, "non potei trattenere una risata, non solo davanti al disagio evidente di Tim, ma anche per l'espressione affranta sul volto di Angela Merkel: aveva appena finito di esaminare la formulazione del comunicato, e adesso osservava il collega francese con lo sguardo che una madre rivolgerebbe al figlio indisciplinato". L'esuberanza di Sarkozy durante i vertici internazionali era all'epoca, del resto, uno degli argomenti principali dei pezzi di colore sui summit, con il cronista di turno che finiva sempre per alludere in modo più o meno esplicito alla possibilità che il capo dell'esecutivo transalpino avesse alzato il gomito.

Nessuna sponda contro Berlino

A rendere poco lusinghiero il giudizio di Obama, quindi, è soprattutto la scarsa coerenza che rimprovera a Sarkozy, nel quale aveva sperato di trovare un alleato nella sua lotta alla dottrina tedesca dell'austerità all'indomani dell'esplosione della crisi finanziaria. Perché Angela Merkel, che domenica scorsa ha festeggiato 15 anni al potere, ha tanti pregi ma in quell'occasione si trovò dal lato sbagliato della storia. Gli Stati Uniti uscirono presto e bene da un tracollo economico spaventoso grazie all'azione congiunta della Casa Bianca, che già sotto George W. Bush aveva iniziato acquisti massicci di crediti deteriorati con il piano 'Tarp', e della Federal Reserve, che aveva portato i tassi a zero e avviato una colossale iniezione di liquidità nel sistema. L'Europa, intanto, si ritrovava con una banca centrale che non faceva la banca centrale (ovvero il prestatore di ultima istanza) e, anzi, aumentava addirittura il costo del denaro, prima che arrivasse Mario Draghi a rimediare, con fatale ritardo, agli errori del predecessore Jean-Claude Trichet.

"Nemmeno Sarkozy mi era molto utile per controbilanciare la posizione di Merkel. Sebbene in privato, considerato l'alto tasso di disoccupazione in Francia, si mostrasse favorevole alla mia idea di stimolo economico ("Nessun problema, Barack... Ad Angela ci penso io"), non riusciva a smarcarsi dalle posizioni conservatrici che aveva assunto in passato ne, cosi almeno mi sembrava, era abbastanza organizzato da allestire un piano chiaro per il suo Paese, figurarsi per tutta Europa", scrive Obama a proposito dei giorni convulsi in cui era esplosa la bomba del debito greco e la maggior parte delle nazioni europee continuava a proporre un approccio punitivo invece di considerare il problema nella sua dimensione comunitaria.

La tragica avventura libica

Ancora più tragica l'incoerenza mostrata da Sarkozy nel 2011, all'epoca delle Primavere Arabe, quando prima difese fino alla fine "il regime di Ben Ali in Tunisia fino all'amaro epilogo" e poi, scrive ancora Obama, "fece all'improvviso della salvezza del popolo libico la sua personale crociata". Quando Sarkozy e l'ex premier inglese, David Cameron, presentarono all'Onu la proposta di una no fly zone sulla Libia per fermare l'offensiva di Gheddafi contro i ribelli, il presidente Usa afferma di aver condiviso sin dall'inizio le perplessità dei suoi consiglieri militari, convinti che "nonostante la retorica di Sarkozy e Cameron, alla fine le forze armate americane avrebbero dovuto sostenere quasi tutto il peso di ogni operazione in Libia". Nell'intervista a 'The Atlantic' summenzionata fu ancora più netto, apostrofandoli come "free riders", "scrocconi".

"Ero irritato che Sarkozy e Cameron mi avessero messo alle strette, in parte per risolvere i loro problemi politici interni, ed ero sdegnato dall'ipocrisia della Lega araba", scrive Obama. L'ex presidente Usa racconta come i due leader "mascherarono a stento il sollievo per la mano che stavo porgendo loro per levarsi dal pasticcio in cui si erano cacciati" una volta rotti gli indugi di Washington e ricorda con amaro sarcasmo come "Sarkozy si era assicurato che il primo velivolo ad attraversare lo spazio aereo libico fosse francese". Un copione simile si sarebbe ripetuto nell'aprile 2018, quando Emmanuel Macron e Theresa May, entrambi alle prese con una situazione interna difficile, fecero pressione su Donald Trump perché prendesse l'iniziativa in Siria, dopo che il presidente Bashar al-Assad era stato accusato di un nuovo attacco chimico. Ma quella volta Parigi e Londra dovettero accontentarsi di un bombardamento chirurgico nel quale non morì nessuno.