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Un jolly fiscale per il Sud. Effetto rilancio o bonus a perdere?

Giuseppe Colombo
·7 minuto per la lettura
(Photo: Michele Lapini via Getty Images)
(Photo: Michele Lapini via Getty Images)

Il titolo promette bene. Anzi benissimo. Eccolo: fiscalità di vantaggio. Tradotto: il proprietario di un’azienda di formaggi della provincia di Reggio Calabria verserà meno contributi per tutti i suoi dipendenti o se vorrà assumerne di nuovi. Ma quanto peso ha questo vantaggio che è contenuto nella ricetta del Governo riservata solo al Sud e messa nero su bianco nel decreto agosto? E cosa farà il proprietario dell’azienda con quei soldi che si ritroverà in più? Assumerà o no altri dipendenti, generando o meno un effetto a cascata virtuoso sui consumi dei nuovi lavoratori e quindi dell’intera economia del suo paese?

È provando a dare una risposta a queste domande che si può comprendere meglio il peso di questo vantaggio: per l’imprenditore come per il Mezzogiorno, in una sorta di filiera che vede una parte del Paese, quella economicamente e socialmente più debole, di fronte a un’occasione più vantaggiosa rispetto al Nord. Quantomeno sulla carta. La fiscalità di vantaggio esiste, a fasi alterne, dalla fine degli anni ’70, e in passato non ha prodotto risultati degni di nota. Tutt’altro. Ora che il Sud soffre ancora di più perché Covid ha accentuato le sue debolezze strutturali viene riproposta come misura di accompagnamento al Piano per il Sud che punta invece sul rilancio degli investimenti e sull’aumento della produttività.

Cosa dice la norma

L’articolo 27 del decreto agosto indica subito la finalità della misura: “Contenere gli effetti straordinari sull’occupazione determinati dall’epidemia da Covid-19 in aree caratterizzate da grave situazioni di disagio socio-economico e di garantire la tutela dei livelli occupazionali”. Le aree sono individuate sulla base del livello del Pil e del tasso di occupazione. Dentro c’è praticamente tutto il Sud (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), ma anche Abruzzo, Molise e Umbria. Tutte le imprese che si trovano in queste Regioni saranno esonerate dal versamento del 30% del totale dei contributi previdenziali per i rispettivi dipendenti assunti (o da assumere) dal primo ottobre al 31 dicembre.

Il vantaggio per chi ha un’impresa al Sud

Huffpost è in grado di pubblicare le simulazioni che gli uffici del ministro per il Mezzogiorno Giuseppe Provenzano hanno elaborato sulla base dei dati forniti dall’Inps. Il titolare dell’azienda di formaggi risparmierà in tre mesi (da ottobre a dicembre) 371,25 euro per ogni lavoratore con uno stipendio di 15mila euro l’anno. Per quel lavoratore, infatti, il titolare deve versare 4.950 euro all’anno: 371,25, però, non li verserà all’Inps. Se ha tre dipendenti, il risparmio sarà di 1.113,75 euro. Se il proprietario dell’azienda ha un lavoratore (o vuole assumerne un altro) con uno stipendio di 20mila euro l’anno sa che potrà risparmiare 495 euro, sempre da ottobre a fine anno. Con uno stipendio del lavoratore di 30mila euro all’anno, invece, il titolare potrà spendere 742,50 euro in meno.

Decontribuzione 30% Sud (Photo: Huffpost)
Decontribuzione 30% Sud (Photo: Huffpost)

Vantaggio con effetto domino o bonus a perdere?

Il proprietario dell’azienda di formaggi pagherà meno per i propri dipendenti. Ma la scommessa della fiscalità di vantaggio punta a uno step successivo e cioè non solo dare respiro al datore di lavoro, ma incentivarlo ad assumere nuovi dipendenti proprio perché il costo del lavoro è più basso. Dovrà farlo in un tempo brevissimo perché lo sconto del 30% varrà fino a fine dicembre, anche se il Governo è intenzionato a rendere strutturale questa misura per altri dieci anni attraverso i fondi europei. Cosa farà, quindi, con quei soldi in più? Provenzano indica qual è l’effetto che si aspetta il Governo: “La fiscalità di vantaggio per il lavoro - dice a Huffpost - oltre all’effetto diretto di rilancio della domanda di lavoro e di incremento della competitività del Mezzogiorno, consentirà altri due principali effetti indiretti: contrastare il lavoro nero favorendo l’emersione e intercettare il fenomeno del back-reshoring, fornendo un rilevante vantaggio competitivo alle attività produttive che con la pandemia rivedono le proprie scelte localizzative, che in passato le avevano portate fuori dall’Italia”. Non tutti, però, sono d’accordo.

I favorevoli

″È una buona cosa. La strada maestra per il Sud è quella di aumentare la produttività, quindi gli investimenti pubblici e privati, ma la fiscalità di vantaggio come misura ancellare, come accompagnamento a un piano di rilancio può aiutare le imprese del Sud in questo momento in cui rischia una forte ricaduta dell’occupazione”, dice Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata all’Università di Bari e tra i massimi esperti della questione meridionale. L’emorragia dei posti di lavoro e delle nuove assunzioni causata dal virus è drammatica (proprio oggi l’Inps ha comunicato che da gennaio a maggio le assunzioni sono state appena 1,8 milioni, crollate del 43% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). Al Sud l’effetto contagio rischia di essere ancora più forte quando si andrà verso l’esaurimento del galleggiante della cassa integrazione e quando sarà ripristinata la possibilità di licenziare. Per Viesti la fiscalità di vantaggio può avere un effetto leva in termine di minore perdita di posti di lavoro e di un maggiore numero di assunzioni. E qui ritorna il tema del vantaggio a lungo periodo. “Bisogna avere molto cautela perché tra il 1985 e il 1995 la fiscalità di vantaggio si è mangiata le risorse per gli investimenti. Oggi le cose sono diverse perché la misura si accompagna a un piano di investimenti e bisogna ricordare che a metà degli anni Novanta, quando è venuta meno la misura, al Sud si è registrata una caduta sensibile dell’occupazione”.

I contrari

C’è chi non crede nella spinta della fiscalità di vantaggio. Nicola Rossi, economista all’università Tor Vergata e presidente dell’istituto Bruno Leoni, è perentorio: “Non è risarcendo un territorio che si risolve un problema, il problema si risolve facendo crescere la produttività”. Quello della crescita della produttività è un tema che è ritenuto prioritario anche dal Governo e ribadito più volte da Provenzano, ma per i contrari non ha alcun senso spendere risorse pubbliche (il costo per le casse dello Stato è di 1,4 miliardi per ottobre-dicembre) per la decontribuzione al 30 per cento. “Questa misura non servirà a niente, se ci si aspetta di ottenere un qualche risultato è pura illusione anche perché si dice che durerà dieci anni ma per il momento l’unica concretezza è che durerà tre mesi”. Non è solo una questione di misura a tempo. Per Rossi la decontribuzione è una necessità del Paese, ma “il Mezzogiorno ha bisogno di altro, di riconoscere la sua diversità e ci sono maniere diverse per riconoscere questa diversità anche dal punto di vista fiscale. Perché allora se c’è un ritardo infrastrutturale le imprese del Sud devono pagare la stessa Ires di quelle del Centro-Nord? Il principio risarcitorio del Governo è sbagliato”. Cosa fare allora? Per l’economista bisogna affrontare i differenziali di produttività tra Sud e Nord con misure di carattere strutturale: scuola, pubblica amministrazione, infrastrutture. E poi, aggiunge, “l’unica cosa seria da fare è che i salari devono rispecchiare l’andamento della produttività e il costo della vita di quel territorio. Con il contratto collettivo nazionale, invece, ci siamo dati l’illusione che il mercato del lavoro è omogeneo in tutto il Paese quando invece non lo è”.

L’effetto domino Sud-Nord

Il fronte dei favorevoli ritiene che la fiscalità di vantaggio per il proprietario dell’azienda di formaggi del Sud possa avere un effetto domino capace di arrivare fino al Nord. Secondo Viesti se la decontribuzione farà scattare nuove assunzioni allora ci sarà una maggiore spesa da parte delle famiglie: più lavoratori, più soldi che girano, più consumi. Il 40% di questa maggiore spesa tornerebbe al Centro-Nord perché le famiglie del Sud spendono gran parte dei loro soldi per beni e servizi che si generano nell’altra parte del Paese.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.