Università: stop alle lezioni non pagate. Sentenza del Tar Lecce fa tremare gli atenei

La cattiva abitudine delle Università italiane di non pagare le docenze dei propri ricercatori potrebbe essere messa seriamente in discussione da una sentenza emessa dal Tar di Lecce che ha dato ragione a Eliana Francot, ricercatrice alla facoltà di Scienze Matematiche fisiche e naturali dell’Università del Salento che aveva fatto ricorso dopo il mancato pagamento del corso tenuto durante l’anno accademico 2007-2008. La storia di Francot, emersa grazie alla sentenza leccese, non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno endemico che interessa tutti gli atenei della Penisola e che contribuisce alla tanto deprecata “fuga dei cervelli” alla quale si tenta di porre un argine più con le parole che con i fatti.

Dopo aver ottenuto, con delibera del Consiglio di facoltà del 19 settembre 2007, di svolgere la supplenza a titolo retribuito in Matematica generale (classe M-Z) nel Corso di laurea in Management aziendale della facoltà di Economia, Francot aveva totalizzato 317 ore di docenza, superando di gran lunga le 250, monte orario massimo previsto per le attività didattiche non pagate. I fatti contestati si riferiscono ad un anno accademico antecedente alla contestata Riforma Gelmini che aveva rimescolato le carte facendo scendere in piazza, al fianco degli studenti, migliaia di ricercatori esasperati da tagli sempre più decisi alla loro attività.

Il bando con il quale Eliana Francot aveva ottenuto la supplenza prevedeva che il pagamento dell’attività svolta fosse subordinato ai finanziamenti in Bilancio e avvertiva i concorrenti della possibilità di una riduzione della retribuzione. Al momento di incassare il proprio compenso, però, la ricercatrice si è vista azzerare i 10mila euro previsti dal bando e ha deciso di ricorrere contro l’Università del Salento. La decisione presa dal Tar va ben oltre i 10mila euro (più il 50% dello stipendio lordo spettante al professore associato alla classe iniziale del livello retributivo, maggiorato degli interessi legali) dovuti alla ricercatrice dall’Ateneo leccese: la sentenza potrebbe dare coraggio ai troppi casi analoghi di un Paese dove – è bene ricordarlo – quattordici persone sono finite sul banco degli imputati per corsi finanziati e mai svolti all’Università La Sapienza di Roma. Ciò che era dato assodato per etica e buon senso ora è legittimato anche dalla legge: il lavoro intellettuale, anche se è “gavetta”, va pagato.