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Uscire dall’euro: ha ancora senso?

Eugenio Benetazzo
 

L’uscita dall’euro rappresenta il tema più dibattuto in rete dopo quello della crisi immigratoria, vi sono blog, siti, pagine su Facebook e canali su YouTube che trattano in via esclusiva questo argomento come se fosse la ricerca del Sacro Graal. Molti lettori, soprattutto quelli nuovi che hanno ascoltato qualche mia recente intervista, mi scrivono chiedendomi un commento o un mio pensiero sulla questione. Gli rispondo che sull’argomento ho scritto assieme a due giornalisti di visibilità nazionale, David Parenzo e Gianluca Versace, sei pamphlet in dieci anni, due dei quali sono diventati anche bestsellers nazionali come Bancarotta e Neurolandia. Nel frattempo durante questa decade si sono verificati sulla scena economica e politica mondiale talmente tanti cambiamenti di scenario che fa comprendere come tale argomento almeno in termini politici sia diventato talmente complesso ed articolato che lascia spazio a qualsiasi futura ipotesi. Provo a condensare le principali considerazioni che riguardano l’eterna rivalità tra chi sostiene l’euro e chi lo ripudia. Partiamo dicendo che almeno sul piano macroeconomico, ognuno dei due schieramenti di pensiero propone considerazioni che sono corrette e condivisibili. Pertanto chi difende l’euro lo fa prospettando un insieme di vantaggi che sono oggettivi e lo stesso si può dire nei confronti di chi lo ripudia o di chi inneggia al ritorno alla lira nel caso di noi italiani.

Quello su cui nessuno può disquisire è purtroppo se sia conveniente uscire dall’euro in termini complessivi, vale a dire confrontando finanziariamente i benefici ottenuti con gli oneri da sostenersi. Significa che non esiste nessun modello econometrico attendibile a cui affidarsi per prendere una decisione. Come ho detto, ognuno ha valide ragioni da vendere, tanto chi sostiene l’euro quanto chi lo ripudia: tuttavia non esistendo un caso concreto di studio con dati a consuntivo da poter analizzare e confrontare non è possibile prendere una posizione accademicamente autorevole. Potrebbe avere ragione tanto chi vuole l’uscita dall’euro quanto chi sostiene che il suo ripudio rappresenterebbe un incubo finanziario per la nazione che ha ingoiato la pillola rossa. Ad esempio, prendiamo noi italiani: nel 1999 eravamo il paese più convinto in Europa dell’adozione dell’euro, oggi invece dopo 20 anni siamo diventati il paese più euroscettico ove solo il 60% della popolazione continua a sostenerne l’adesione. Sempre in Italia: vi ricordate la campagna elettorale antecedente le elezioni politiche del 2018 ? La Lega Nord aveva incentrato tutta la sua propaganda elettorale al grido di No Euro, il M5S invece paventava l’idea di indire un referendum per l’uscita dall’euro. Che cosa hanno fatto e detto una volta che si sono alleati per governare: l’euro non è in discussione e non si tocca. Sarebbe il caso di riflettere profondamente su questo comportamento politico e chiedersi come sia possibile turlupinare in questo modo il proprio elettorato.

Perchè Lega e M5S che erano legittimati dal voto non hanno fatto ingoiare la pillola rossa agli italiani ? Perchè l’ideologo della Lega sul No Euro, l’economista euroscettico Alberto Bagnai, è stato messo all’angolo proprio dalla Lega senza alcun incarico di rilievo istituzionale nel governo giallo verde del tipo Ministro dell’Economia o Sottosegretario all’Economia ? Da ricordare inoltre che è stato sconfitto proprio nel collegio uninominale di casa sua a Firenze ed è stato eletto al Senato solo grazie al ripescaggio del proporzionale, segno che tutta questa voglia di andarsene dall’euro in Italia è solo chiacchiere e distintivo. Quando l’elettore si trova in cabina, ci pensa tre volte prima di rischiare sul rosso e nero della roulette la sua pensione, i suoi risparmi, il valore della sua casa e la perdita di potere d’acquisto del suo stipendio. Un altro esempio pratico nel 2016 in Francia: i discendenti dei Galli hanno eletto Macron per la paura che avevano di Marine Le Pen con la sua proposta di uscire dall’euro. Tuttavia non possiamo sapere se in caso di vittoria, Marine Le Pen avrebbe fatto effettivamente ingoiare la pillola rossa ai francesi. Se non vi basta ancora ritorniamo in Italia alle elezioni politiche europee del 2014 quando il Partito Democratico è arrivato al 40% di consenso in quanto il M5S allora proponeva apertamente l’uscita dall’euro come cavallo di battaglia della sua propaganda elettorale. Almeno empiricamente abbiamo un’evidenza: quando si chiede di uscire dall’euro, la popolazione se ne guarda bene dal farlo e predilige scelte ortodosse volte a tutelare i propri interessi finanziari.

Non vi è dubbio che la sovranità monetaria rappresenti un vantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni che la possono sbandierare e sfruttare, tuttavia ci si dovrebbe chiedere perchè l’Italia l’ha perduta o perchè vi ha rinunciato. Dobbiamo tornare indietro al 1981 quando l’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, propose il divorzio tra lo Stato e la Banca d’Italia. Sostanzialmente i governi italiani di allora, guidati da coalizioni politiche capeggiate sempre da Democrazia Cristiana e Partito Socialista, governavano utilizzando il deficit di bilancio come se fosse un bancomat al fine di fornire copertura finanziaria a tutti i provvedimenti politici che creassero consenso elettorale: proprio a quell’epoca è attribuita infatti una delle fasi storiche di esplosione del debito pubblico. Prepensionamenti nel settore pubblico, Cassa del Mezzogiorno, pensioni di invalidità, opere pubbliche faraoniche spesso mai completate, assunzioni nel settore pubblico utilizzate come voto di scambio, in sintesi la mala politica della I Repubblica: attenzione comunque che tutto questo ha contribuito anche ad alimentare il miracolo economico italiano. Tra il 1960 ed il 1980 il rapporto debito/pil passa dal 30% al 60% e più di tanto questo non preoccupa in quanto gli interessi a valore reale sul debito erano inferiori al tasso di crescita economica della nazione. Preoccupa invece l’inflazione che raggiunge punte prossime al 20%, trasformandosi di fatto in una tassa occulta.

Quando chi governa una nazione utilizza la creazione di moneta come strumento ordinario della sua agenda è storicamente dimostrato che la moneta di quella nazione sia colpita da livelli di inflazione insopportabili nel medio e lungo termine. Sostanzialmente se governi stampando moneta come misura sistematica perchè devi dare copertura finanziaria a qualsiasi promessa elettorale pur di mantenere il consenso, le conseguenze monetarie non mancano ad arrivare. Tanto per dare un metro di paragone considerate che il deficit di bilancio alla fine degli anni Settanta superava abbondantemente il 10% mentre oggi ci scanniamo a Bruxelles per un misero 2%. Diverso invece il caso di una classe politica dirigente che governi con rettitudine e buon senso avendo cura di salvaguardare e proteggere i conti pubblici nell’interesse delle generazioni che verranno ed utilizzi l’emissione di nuova moneta esclusivamente per circostanze eccezionali e straordinarie come gli aiuti per i danni cagionati da un terremoto o il salvataggio di una grande azienda il cui indotto occupazionale ha riverbero nazionale. Non è il caso di noi italiani che abbiamo fatto esattamente l’opposto almeno negli ultimi cinquantanni. Dopo la separazione tra stato e banca centrale l’inflazione scende drasticamente riportandosi ad un sopportabile tasso del 5%, ma non cessa l’utilizzo sistematico del deficit per il conseguimento del consenso elettorale.

Proprio tra gli anni Ottanta e Novanta si dà vita al gigante cattivo, ossia il debito pubblico, l’Italia inizia a rallentare la sua crescita economica e gli interessi sul debito portano costantemente il paese in deficit, significa che le tasse e le imposte coprono abbondantemente i costi dello stato (il cosiddetto avanzo primario) ma per pagare gli interessi sul debito occorre emettere nuovo debito per avere la provvista finanziaria. Lentamente si intraprende la strada della rovina finanziaria in cui ogni anno aumenta il debito ed in parallelo il deficit a causa del peso degli interessi che nel tempo si trasformano sempre più in una fastidiosa posta di bilancio: si chiama lo snowball effect, immaginate una palla di neve che rotola giù da una collina, man mano che avanza aumenta progressivamente la sua dimensione. Nel frattempo chiedere denaro ai mercati finanziari inizia a costare sempre di più, a causa della svalutazione della lira, una moneta che rappresenta un paese che non sa controllare come un buon padre di famiglia i propri conti pubblici. Nel 1992 qualcuno forse ricorda ancora l’aggressione alla lira italiana da parte dello speculatore ebreo George Soros, l’attuale paladino, finanziatore e difensore delle ONG che offrono il Servizio Taxi del Mediterraneo per gli africani funzionalmente analfabeti che vogliono trasferirsi a vivere in Europa per godere dei benefici del suo stato sociale. Si arriva a Maastricht in cui si conviene che una moneta unica consentirà di stabilizzare finanziariamente molti paesi europei a patto di rispettare alcuni vincoli specifici, concepiti senza tante disquisizioni accademiche, ossia il 3% di deficit/pil ed il 60% di debito/pil.

Arriva l’euro che abbassa drasticamente i tassi di rifinanziamento del debito per i paesi più deboli, soprattutto l’Italia, la quale invece che sfruttare il cosiddetto dividendo di Maastricht ossia un consistente risparmio nella gestione del suo debito pubblico continua a governare con il medesimo approccio nella gestione della spesa pubblica: basta guardare come è aumentata solo la spesa sanitaria per comprendere come si è governato durante in que Autore: Eugenio Benetazzo Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online