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Uscire dall'euro e rischiare la svalutazione? Impossibile. Ma lo pensavano anche in Argentina

Angela Iannone
Nuovo record disoccupazione eurozona, sale al 12,1% a marzo

Ci sarà un momento, un punto di rottura, in cui gli europei diranno "basta" alla crisi? Se lo chiedono in un dettagliato editoriale sul Wall Street Journal. Una domanda che sorge spontanea, vedendo lo status quo di alcuni Paesi dell'Eurozona: la disoccupazione in Spagna è al ormai al 27%, in Portogallo e in Irlanda i giovani stanno fuggendo, mentre un greco su quattro ammette di avere difficoltà a pagare il cibo. Eppure...

Eppure, nonostante le profonde e critiche situazioni economiche e sociali e dopo aver seguito per anni la strategia dell'austerità promossa dalla Germania, con i tagli alla spesa pubblica, l'aumento delle tasse e la riduzione dei salari - manovre che secondo recenti studi di Goldman & Sachs potrebbero riportare la situazione alla normalità non prima di dieci anni - nessuno Stato UE ha abbandonato l'euro per ritornare alla moneta unica. Certo, le proteste contro l'austerity sono state numerose, ma la volontà di rimanere all'interno dell'euro è più forte, nonostante l'aumento del disincanto e nonostante molti stati, Grecia in primis, abbiano minacciato questa mossa più volte: oltre il 60% degli spagnoli, greci, italiani e francesi hanno dichiarato di voler rimanere con la moneta unica, secondo un sondaggio pubblicato dal Pew Research Center.

L'Eurozona dunque, secondo il WSJ, avrebbe una pazienza enorme, preferendo di "sopportare anni di difficoltà piuttosto che scommettere su un'uscita". Una grande pazienza, sì, ma non infinita, un aspetto che i funzionari europei dovrebbero iniziare a considerare. Perchè, secondo Simon Tilford, capo economista presso il Center for European Reform, un think tank con sede a Londra, "quando le persone iniziano a vedere che non c'è luce in fondo al tunnel, le possibilità che si apra un dibattito sui pro e i contro di restare con l'euro potrebbero aumentare, cambiando le cose rapidamente". E' già accaduto in Argentina 23 anni fa, quando nel 1990 rinunciò al controllo della sua moneta, fissando il cambio 1 a 10 per il dollaro Usa. Una decisione che inizialmente portò ad una riduzione dell'inflazione, ma che contemporaneamente portò all'aumento del debito pubblico che andò a spingere sui salari e i costi aziendali, facendo perdere all'Argentina la competitività acquisita.
 
Come l'Eurozona, anche l'Argentina "ha dovuto sorridere e sopportare fino a quando i salari e i prezzi sono scesi abbastanza da riportare il Paese alla competività", superando ogni difficoltà pur di continuare ad utilizzare il dollaro, evitando la svalutazione. Una sopportazione che però, dopo anni di recessione, nel 2001 ha portato il popolo argentino a scendere nelle piazze, convinto che qualunque cosa che sarebbe venuta dopo non sarebbe stata peggiore della depressione e della crisi nata per mantenere i loro pesos intercambiabili con il dollaro. Si scelse la via del default e successivamente quella di ritornare alla propria moneta, con una serie di problemi economici e sociali non indifferenti tuttora esistenti.

Una situazione che gli edorialisti del WSJ rivedono in quella dei Paesi del sud Europa: 3 anni prima della rivolta, l'economia argentina aveva avuto una contrazione dell'8%, proprio come sarà in Italia, in Portogallo alla fine del 2013, mentre la Grecia ha superato il 23%. E come in Europa, anche in Argentina qualche mese prima della rivolta, il 62% della popolazione aveva dichiarato in un sondaggio di non voler tornare alla propria moneta, praticamente la stessa percentuale di spagnoli e greci che dicono di voler mantenere l'euro oggi.
Perciò, "coloro che affermano che il rischio che i Paesi abbandonino l'euro sia svanito, dovrebbero considerare altre situazioni in cui si è passati rapidamente dal momento in cui il sistema della moneta era visto come sacro al momento in cui questo pensiero è rapidamente stato spazzato via". L'Argentina, quindi, non è un modello, ma un avvertimento per l'Europa.