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Uva da tavola, prezzi troppo bassi e consumi non decollano

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Image from askanews web site
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Roma, 22 set. (askanews) - La campagna dell'uva da tavola pugliese, dopo un buon inizio, si è impantanata tra prezzi bassi e consumi che non decollano. Produttori e commercianti di ortofrutta devono fare i conti con un aumento dei costi di materiali, energia, gasolio, trasporti, noli container, assicurazioni e tasse che mandano fuori mercato le imprese proprio mentre "i prezzi medi di vendita dell'uva sono più bassi dello scorso anno. In giro c'è molta sfiducia, lavorare sottocosto toglie voglia di fare investimenti. Lo spiega in una nota Giacomo Suglia, presidente Apeo (Associazioni dei produttori e degli esportatori ortofrutticoli pugliesi) e vicepresidente di Fruitimprese.

"Abbiamo le produzioni migliori al mondo per qualità e per sicurezza, con tutte le certificazioni che attestano i più alti standard produttivi, eppure la Grande distribuzione non riconosce questi 'valori' con prezzi adeguati, che almeno coprano i crescenti costi di produzione", commenta Suglia.

"Servirebbero prezzi per la nostra uva da tavola di almeno il 20% più alti per dare respiro alle imprese. Pagare il cestino da mezzo chilo 0,70 centesimi significa umiliare il nostro prodotto e il nostro lavoro". Quest'anno poi il prodotto è di alta qualità, il clima ha aiutato, le uve sono dolci, sane, perfette.

Sul fronte export si deve anche fare i conti con la concorrenza di Spagna, Grecia, Turchia "che, anche grazie a costi del lavoro e di produzione nettamente inferiori ai nostri, riescono a scendere a prezzi che per noi sono fuori mercato". Alla concorrenza sul prezzo si aggiunge l'handicap della chiusura del mercato russo (l'embargo è stato rinnovato fino a fine 2022) "che agevola paesi come la Turchia e ci priva di un mercato che per noi era strategico".

"Siamo penalizzati - aggiunge Suglia - anche dal cambio col dollaro che agevola chi esporta in Europa e dalla normativa europea che ci costringe a trattare paese per paese per aprire il nostro export mentre tutti vendono liberamente in Europa". Suglia conclude: "manca un progetto complessivo di lungo periodo per la frutticoltura italiana, in grado di ridare competitività alle imprese, a partire dal costo del lavoro che in Italia è più alto dei nostri competitor".

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