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Vade retro virus

Pierluigi Gerbino
 

Sono sostanzialmente tre settimane che il coronavirus ha preso su di sé tutti i riflettori dell’opinione pubblica mondiale e dei mercati finanziari. Ma gli effetti che ha prodotto nei due ambiti sono stati molto diversi. Nell’immaginario collettivo popolare occidentale si è venuta a creare una psicosi da possibile contagio, che, specialmente nel nostro paese, va detto, si sta dimostrando piuttosto esagerata, ed ha portato ad eccessi di “prudenza” che spesso sconfinano nella xenofobia (paura dello straniero, in questo caso dei cinesi, tutti, anche di quelli che vivono da anni in Italia e tecnicamente mai avrebbero potuto contagiarsi, nemmeno se lo avessero voluto), al crollo delle presenze nei ristoranti e negli esercizi commerciali gestiti da cinesi, oltre che al blocco di tutti i viaggi e collegamenti con la Cina. Tutto questo benché finora i contagiati fuori dalla Cina siano stati circa 200, di cui solo poche decine in occidente, e si possa legittimamente affermare, come fanno le autorità sanitarie occidentali, che il virus, fuori dalla Cina, non sta circolando.

Ben diversa è la situazione in Cina, dove i numeri hanno assunto al momento attuale grandezze nient’affatto trascurabili ed hanno ormai largamente superato il numero di contagiati e morti prodotto dal precursore SARS nel 2003. Sta diventando poi, col passare dei giorni, sempre più diffusa l’opinione tra gli scienziati di varie nazionalità, che le autorità cinesi stiano gravemente sottostimando i numeri dei contagiati, per il semplice fatto che i test, che richiedono un paio di giorni e possono essere eseguiti solo in numero limitato, vengono effettuati solo ai cittadini che manifestano i sintomi più evidenti. Molti scienziati internazionali ipotizzano che solo il 10% circa dei reali malati di virus figuri nelle statistiche ufficiali che vengono divulgate quotidianamente. Se fosse così avremmo oltre 400.000 infetti in Cina invece dei già molti 40.000 censiti ufficialmente.

Il fatto che in Cina le misure di emergenza vengano prorogate ed estese ogni settimana, provocando l’estensione dell’isolamento di aree sempre più vaste con il relativo blocco della produzione di parecchie imprese ed esercizi commerciali, autorizza  a pensare che la situazione sia tutt’altro che sotto controllo, sebbene siano state fatte circolare la scorsa settimana, forse per tenere alto il morale dei milioni di cinesi costretti in isolamento, notizie di farmaci miracolosi contro il virus, che hanno lasciato scettici i maggiori esperti mondiali e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità. Pare quindi un po’ azzardato, se si vuole essere prudenti, come richiederebbe il buon senso, ipotizzare rapidi ritorni alla normalità.

Questo significa che col passare dei giorni in questa situazione di estesa paralisi della vita collettiva e della produzione, i danni al PIL cinese cresceranno in modo esponenziale, e l’ipotesi di un vero e proprio crollo del risultato produttivo del primo trimestre pare sempre più verosimile. Per ora le agenzie di rating sottraggono solo poco più dell’1% alla crescita cinese. Ma si sa che queste agenzie tendono ad essere sempre molto prudenti nel cambiare i loro precedenti giudizi. 

Inoltre, a danno del resto del mondo, comincia già a mordere la completa paralisi delle comunicazioni con la Cina, che ha effetti tragici sul turismo e sul lusso (due settori in cui l’Italia è leader). Effetti meno immediati ma inevitabili, se la paralisi continuerà, si avranno anche sugli altri settori, dato il grosso peso acquisito dalla Cina sul PIL globale (in questi anni un terzo del contributo alla crescita mondiale è arrivato dalla Cina). E, dato che gran parte dell’industria di base e dei componenti che servono ad approvvigionare le imprese del mondo (la cosiddetta “catena del valore”) è situata in Cina, l’interruzione della produzione cinese è destinata in poco tempo a bloccare gran parte della filiera produttiva, con effetti recessivi importanti. Per averne una prova immediata basta guardare il mercato del petrolio. L’emergenza virus ha ridotto del 20% la domanda cinese di greggio. E basta leggere la sempre più lunga lista di colossi mondiali che chiudono stabilimenti produttivi per mancanza di approvvigionamenti.

Ovviamente l’entità del danno dipenderà dal tempo che impiegheranno i cinesi a bloccare l’estensione del contagio, per poter rimuovere i divieti e riavviare la macchina produttiva.

Nessuno oggi è in grado di prevederlo.

La vicenda coronavirus è quindi piovuta nella seconda parte di gennaio come elemento nuovo di enorme incertezza sul futuro dell’economia mondiale, in un momento in cui di incertezze i mercati non ne avevano proprio e procedevano al rialzo tranquilli verso l’infinito. Un rialzo che li vedeva  già estremamente sopravvalutati.

L’avvento dell’incertezza prodotta dall’epidemia  avrebbe dovuto calmare gli animi degli investitori e far arretrare quotazioni che in USA ed Europa erano arrivate a livelli di bolla speculativa conclamata.

Così sembrava che stesse succedendo nelle ultime due settimane di gennaio, con gli indici che sono arretrati (più in Europa che in USA) di qualche punto percentuale. SP500 arrivò a perdere dai massimi storici quasi il 4%, mentre Eurostoxx50 arretrò del 4,5%.

Ma la scorsa settimana, subito dopo che le borse cinesi hanno riaperto i battenti con perdite nell’ordine del -8% sui principali indici, subito sono arrivate mani e parole sante che, se non riescono combattere il virus  e a rianimare l’economia, sono bastate a sostenere i mercati e a far tornare l’ottimismo, convincendoli che tutto sarebbe stato risolto presto e per il meglio.

Dapprima la banca centrale cinese ha iniettato una montagna di liquidità per sostenere “le famiglie provate dall’epidemia”, poi sono arrivate le voci sui farmaci miracolosi, di cui già non si sente più parlare, infine il governo cinese ha deciso di abbassare i dazi su una bella fetta di importazioni USA, in segno di buona volontà e per ammansire Trump, a cui ovviamente bisognerà comunicare che la Cina non sarà affatto in grado di aumentare di 200 miliardi di $ le loro importazioni di prodotti americani. Poi si sono mosse anche le altre banche centrali, con promesse di liquidità a gogò.  Come ad esempio madame Lagarde della BCE, che ha promesso politiche monetarie ancora per molto tempo “estremamente accomodanti”, proprio dopo aver affermato che, come ai tempi della SARS, il recupero in Cina sarà rapido.

Davanti ai mercati si è presentato nuovamente il bivio decisionale che tante volte negli anni passati hanno trovato davanti al loro occhi, quando hanno dovuto scegliere se intimorirsi per il rallentamento economico o eccitarsi per le promesse di aiuti monetari, di cui Draghi è stato il più grande maestro.

E, siccome in passato credere alle banche centrali ha dato ottimi risultati, anche questa volta hanno cavalcato le rosee ipotesi di una rapida uscita dai guai dell’epidemia, grazie ai regali monetari, a cui si dovrebbero aggiungere, secondo le promesse fatte da Trump, altri regali fiscali a scopo elettorale nei prossimi mesi.

Tra gli investitori dei mercati azionari occidentali è scattata una sorta di psicosi, ma di tenore opposto rispetto a quella che colpisce le opinioni pubbliche che temono il contagio: la psicosi di perdere il treno delle opportunità, che in USA chiamano, con un acronimo, FOMO (Fear Of Missing Out).

La correzione si è allora esaurita già quando l’indice SP500, lunedì scorso, ha raggiunto la media mobile a 50 sedute ed è partito un rimbalzo violento, caratterizzato sull’indice americano da ben 4 sedute rialziste, tutte segnate da un euforico gap ad inizio seduta. Solo venerdì è emersa qualche timida presa di beneficio, quando ormai la settimana aveva prodotto il superamento del precedente massimo storico di gennaio ed il miglior risultato rialzista settimanale degli ultimi 9 mesi (+3,16%). Un rialzo settimanale anche maggiore (+4,32%) ha conseguito l’indice azionario dell’Eurozona Eurostoxx50, che tuttavia è riuscito solo ad avvicinare, ma non ancora a migliorare, il suo record di gennaio.  

Non ci deve sfuggire però una curiosa ed ambigua circostanza. Lo spettacolare rialzo dei mercati azionari non è stato seguito da comportamenti convergenti da parte del prezzo del petrolio e dei rendimenti obbligazionari sui titoli sovrani di migliore qualità. Già nella fase correttiva si era assistito ad un calo dei mercati azionari meno accentuato della scivolata subita da petrolio e rendimenti sui Treasury decennali americani. Mentre SP500 si accontentò di una correzione inferiore al -4% dai massimi, il petrolio scivolò dai massimi di gennaio di oltre 24 punti percentuali ed il rendimento del Treasury decennale USA passò da 1,90% a 1,50%, un calo della stessa entità di quello subito dal petrolio. Il rimbalzo di questa settimana è stato altrettanto divergente. L’azionario ha recuperato tutta la correzione, mentre il petrolio si è accontentato di un rimbalzino di un paio di punti, che già venerdì aveva il fiato corto, mentre il T-bond USA è tornato solo ad un rendimento del 1,58%, ben lontano dai massimi del 2020.

Ho la sensazione che chi investe in azioni sia facilmente attratto dalle promesse delle banche centrali e poco spaventato dalle conseguenze economiche dell’epidemia, mentre, al contrario, chi opera su materie prime e obbligazioni veda un futuro decisamente più grigio.

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