La solitudine dei ventenni abbandonati dalla politica

Sono sempre meno e sempre più inascoltati e soli, i ventenni, la linfa verde in grado – potenzialmente - di portare idee nuove nel nostro Paese gerontocratico, incapace di comprendere le rivoluzioni sociali, economiche e politiche in atto, guidato da una classe dirigente che da anni ha sclerotizzato la tendenza del potere a preservare se stesso e le proprie clientele. Anche i numeri, le curve demografiche, sono fucili puntati contro: se nel  1987 i ventenni sfioravano il milione e nel 1997 superavano gli 800mila, nel 2007 non erano che 600mila. In un Paese democratico dove ogni testa è un voto, gli ultimi vent’anni hanno fatto perdere a questa fascia d’età quasi il 40% del proprio peso politico. Se la Repubblica costituzionalmente “fondata sul lavoro” avesse a cuore – si scusi il bisticcio – la res publica la politica non starebbe a fare i conti della serva alla ricerca del consenso ma metterebbe in atto politiche in grado di sostenere il progresso sociale ed economico, quindi le giovani generazioni che hanno gli strumenti, le energie e l’agilità mentale per vivere e guidare il cambiamento.

In Italia, gattopardescamente, niente cambia. In un interessante articolo pubblicato su Lavoce.info Emiliano Mandrone, ricercatore Isfol dell’area Ricerche sui sistemi del lavoro, rintraccia con grande acume critico quelle che sono le ragioni demografiche che favoriscono il clientelarismo e il conservatorismo endemici della società italiana, fenomeni che partono dalla bottega sotto casa e, passando per università e piccola media impresa, arrivano in cima sino agli attici del potere politico ed economico.

Il punto nodale è che, a fronte del mancato ricambio generazionale di figure professionali hi-skill oriented, l’eccellenza professionale diventa territorio di scontro fra “giovani” in emersione e “anziani” assestati sulla rendita di posizione. Mentre i primi tentano una difficoltosa collocazione sul mercato del lavoro, i secondi si preoccupano di conservare fino allo sfinimento il proprio status, supportati dalla politica che puntualmente, in sede di voto fa i “conti della serva” e, consultando i dati demografici, nota come l’età media degli aventi diritto al voto sia di 47 anni. Partendo dal presupposto che eccellenza, mediocrità e inadeguatezza sono normalmente distribuite nelle generazioni Mandrone desume che una buona parte della classe dirigente abbia fatto carriera senza meriti. Questo elemento inquina il mercato e produce squilibri socio-economici difficili da metabolizzare: dall’ingiustizia retributiva al debito pubblico, dall’inadeguatezza dirigenziale alle diseguaglianze previdenziali. Il 40% delle occasioni lavorative non transita dall’arena pubblica, dal mercato nel quale la competizione dovrebbe essere regolata dalle competenze, ma passa attraverso intermediazioni informali e network personali.

 In un contesto di crisi negare a un’azienda o a un ente la possibilità di avere le persone migliori nei posti di lavoro migliori significa acuire la stagnazione, generare (o incentivare) l’inefficienza. “Il Paese – spiega Mandrone su Lavoce.info - si sta sempre più polarizzando tra chi ha rendite d’appartenenza (casa, lavoro, reti, rappresentanza, eccetera) e chi no, e ciò genera tensioni sociali crescenti, generalmente inversamente proporzionali alla mobilità sociale”. È il mondo capovolto nel quale non è più il lavoro a generare la ricchezza ma la ricchezza a generare lavoro.

Il gap generazionale si sente anche fra chi è vittima di fenomeni di deterioramento dell’occupazione. Il Governo dei tecnici ha dato risposte differenti a esodati e a precari e disoccupati e precari. I primi hanno fra i 50 e i 65 anni e sono circa 200mila, i secondi hanno fra i 20 e i 40 anni e sono alcuni milioni. Per i primi si sono mossi leader politici e sindacali e sono stati inseriti emendamenti alla legge di stabilità proposti, guarda caso, da politici di professione. Per i secondi si è rimasti alle dichiarazioni di intenti.

Col crollo delle ideologie la politica è diventata matematica, ma nel ventennio che ci ha condotti dal post-comunismo al post-capitalismo la classe dirigente dei baby boomers i conti li ha sempre fatti – guarda caso - a proprio favore. Tre esempi? Il dissesto demografico-previdenziale era già noto nel 1997 ma ci sono voluti quasi quindici anni per iniziare a concepire una maggiore equità fra le pensioni d’oro del passato e del presente e quelle a rischio del futuro. Riguardo alle pensioni si è sempre sostenuta la tesi secondo la quale l’allungamento della permanenza al lavoro avrebbe tappato il buco finanziario delle casse Inps, quando si sarebbe dovuto ragionare anche sull’accorciamento dei tempi d’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani contribuenti. Quanto al ruolo di garanti del lavoro di politica e sindacati l’attenzione è stata prevalentemente rivolta al sistema occupazionale dei contrattualizzati, mentre disoccupati e precari sono rimasti isolati e soli. Anche in questo caso alla politica è convenuto interloquire con un bacino più ampio di potenziali elettori. Anzi, in alcuni casi, quando qualche soggetto politico ha tentato di affacciarsi alla ribalta appoggiando le istanze delle giovani generazioni qualcuno si è subito affrettato a parlare di anti-politica. Matteo Renzi ha intuito che la “rottamazione” poteva essere un tema da assurgere a bandiera e lo sta cavalcando in vista delle imminenti primarie del centrosinistra. E non c’è davvero da stupirsi se i sondaggi lo danno nettamente  dietro a Pierluigi Bersani: sono lo specchio delle carte d’identità di un Paese che sceglie i rappresentanti pensando, voltairianamente, al proprio giardino.