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Vertice con Draghi sul reddito di cittadinanza. Lega fuori, l'irritazione di Salvini

·10 minuto per la lettura
Mario Draghi , Italian Prime Minister in Brussels after the October European Council, in Brussels, Belgium, on October 22, 2021 (Photo by Riccardo Pareggiani/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)
Mario Draghi , Italian Prime Minister in Brussels after the October European Council, in Brussels, Belgium, on October 22, 2021 (Photo by Riccardo Pareggiani/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via Getty Images)

Quando poco prima delle undici del mattino iniziano a farsi insistenti le voci sull’inizio imminente di un vertice a palazzo Chigi sul reddito di cittadinanza, Matteo Salvini è all’oscuro di tutto. E anche i suoi uomini di fiducia sulla legge di bilancio sono ignari di quello che sta per avvenire nello studio di Mario Draghi. Dentro ci sono Andrea Orlando e Stefano Patuanelli, oltre al sottosegretario Roberto Garofoli e alcuni tecnici del Tesoro. Fosse un incontro tecnico con il ministro del Lavoro, anche un’estensione eccezionale ai 5 stelle che hanno il copyright del reddito, la riunione sarebbe passata in sordina. Ma quando arriva Renato Brunetta, invitato dalla presidenza del Consiglio, è evidente che il taglio del vertice è politico perché è anche politica la decisione di prevedere una riduzione del sussidio dopo il no alla prima offerta di lavoro. Con il premier ci sono i rappresentanti di Pd, M5s e Forza Italia. La Lega passa alle contromisure: Salvini riunisce i suoi nella sala Capitolare di piazza della Minevra, a poche centinaia di metri da palazzo Chigi. È qui che maturano gli emendamenti da presentare alla manovra in vista dell’avvio dell’esame parlamentare in Senato.

Alla riunione sul reddito non viene deciso granché. L’ultimo ritocco è la conferma di una decisione già presa durante il Consiglio dei ministri di dodici giorni fa, ma si sa, un conto sono gli impegni a voce, un altro sono i testi delle norme che andranno in Parlamento. E così Draghi si ritrova per un’ora a passare in rassegna le modifiche già approvate da tutto il Governo. Patuanelli incassa la certezza sul fatto che l’importo del reddito destinato agli occupabili inizierà a calare dopo la prima proposta di lavoro rifiutata, non dopo tre mesi. Mezz’ora dopo Orlando è al ministero a presentare il rapporto del Comitato scientifico che per nove mesi ha studiato le dinamiche e soprattutto le disfunzioni del sussidio. Basta tutto questo alla Lega per rimpolpare la lunga lista delle richieste che Salvini, scortato dal fedelissimo Alberto Bagnai, presenterà mercoledì nel corso di una conferenza stampa. Le richieste: una rottamazione quater, l’eliminazione dell’ingorgo fiscale di novembre, la riapertura dei termini per chi è decaduto dalla rottamazione ter per la pandemia, la flat tax per le partite Iva da estendere per i ricavi e i compensi fino a 100mila euro.

Sono richieste di peso, capaci di allargare i cordoni dei saldi della manovra, e soprattutto di rilievo perché dicono che il Carroccio non farà sconti in Parlamento. Chiederà, di nuovo, di mettere mano al reddito di cittadinanza. La partita si sposta in Parlamento e questo l’ha voluto Draghi, che ha respinto l’ipotesi di riaprire il tutto con una nuova cabina di regia e soprattutto con il ritorno della manovra in Consiglio dei ministri. Una cabina di regia ci sarà mercoledì, alle 12.30, ma sarà dedicata a un decreto che conterrà norme anti-truffa sul superbonus al 110%: resterà la possibilità di ottenere lo sconto direttamente in fattura, cedendo a terzi il credito, ma arriveranno controlli preventivi per evitare i casi di falsi crediti usati per frodare il fisco, come denunciato in questi giorni dall’Agenzia delle Entrate. Poi il decreto arriverà sul tavolo del Consiglio dei ministri convocato nel pomeriggio.

Quello che potrebbe cambiare ancora è il reddito di cittadinanza. Il Comitato scientifico, presieduto dalla sociologa Chiara Saraceno, ha presentato dieci proposte. Abbassare il periodo di residenza in Italia necessario per ricevere il reddito da 10 a 5 anni scoperchia la questione degli stranieri, a cui la Lega è molto sensibile. E tutta una serie di altri punti possono mettere in difficoltà anche i 5 stelle. Ora non è detto che il lavoro del Comitato debba essere recepito, ma è pur vero che queste proposte nascono dalla prima analisi fatta sulle dinamiche del reddito da quando, nel 2019, è entrato in vigore. Aggiustano, in alcuni casi tolgono, in altri aggiungono, riguardano anche i soldi, provano a rafforzare e a facilitare il passaggio dal sussidio al lavoro. Cestinarle significherebbe non prendere atto della necessità di cambiare per migliorare il reddito che, come scrive lo stesso Comitato, è “uno strumento indispensabile”.

1) Non discriminare i cittadini stranieri

Il Comitato propone di portare il periodo di residenza in Italia - requisito necessario per ricevere il reddito di cittadinanza - dagli attuali 10 (di cui gli ultimi due continuativi) a 5 anni. Il criterio dei dieci anni è il più stringente in Europa e non tiene conto delle direttive europee sull’accesso alle prestazioni assistenziali. Il risultato è una discriminazione nei confronti dei cittadini stranieri, che sono limitati fortemente nell’accesso. “Introdurre un requisito di durata minima di residenza - si legge nel testo del Rapporto - è ragionevole. Ma imporre un intero decennio di attesa come soglia minima significa lasciare senza aiuto famiglie e individui, inclusi minorenni, in condizioni di grave disagio, con il rischio che la loro situazione peggiori in modo irreversibile laddove un aiuto più tempestivo potrebbe prevenire l’avvio di traiettorie verso l’esclusione sociale, quando non la devianza”.

2) Un reddito di cittadinanza a misura di famiglia

Ci sono molte famiglie povere, numerose o con minori, che sono escluse dal reddito di cittadinanza oppure che, quando lo ricevono, ottengono un importo non adeguato alle loro necessità. Succede per colpa dell’assetto attuale della scala di equivalenza, lo strumento che serve a determinare la soglia di accesso al reddito e l’importo: non ha alcuna base nella letteratura scientifica e non è utilizzata in nessun altro Paese europeo. Per la Commissione deve cadere la differenziazione tra minori e adulti, ma bisogna anche utilizzare per entrambi il coefficiente di 0,4% (attualmente per i minori è 0,2%) e alzare il tetto massimo della scala da 2,1 a 2,8 (2,9 in presenza di disabili). Tra le proposte anche la riduzione della soglia base del reddito di cittadinanza per un single da seimila a 4.500 euro all’anno.

3) La stretta sui single: meno soldi per l’affitto

All’importo base del reddito si aggiunge una componente destinata all’affitto per chi non vive in una casa di proprietà. L’entità del contributo è uguale per tutte le famiglie, indipendentemente dalla loro dimensione: in questo modo si produce un ulteriore svantaggio per i nuclei numerosi. I dati, infatti, mostrano che sono soprattutto le famiglie numerose quelle che non riescono a coprire per intero il costo dell’affitto con il contributo ricevuto dallo Stato. Qui la Commissione dice che il contributo va differenziato in base alla dimensione della famiglia, riducendolo per i single e incrementandolo al crescere del numero dei componenti.

4) Non penalizzare chi lavora

Chi oggi prende il reddito di cittadinanza non trova conveniente lavorare. In caso di presenza di un incremento di reddito da lavoro, infatti, l′80% di questo reddito concorre alla definizione dell’importo della prestazione. Un esempio: se il reddito da lavoro aumenta di 100 euro, l’ammontare del beneficio diminuisce di 80. Il
guadagno netto, quindi, è solo di 20 euro. Di fatto è come prevedere una tassazione dell’80% sul nuovo reddito: entro un anno da quando si inizia a riceverlo, questa percentuale salirà al 100 per cento. Ecco perché il Comitato prevede la necessità di consentire il cumulo tra il reddito e una percentuale significativa dell’eventuale nuovo reddito da lavoro, al fine di renderne conveniente la ricerca. Come? Nella determinazione del reddito ai fini del calcolo dell’importo del reddito va considerato, per chi inizia a lavorare o è già occupato, il reddito da lavoro solo per il 60%, senza limiti di tempo, ma fino a
quando viene raggiunto il reddito esente da imposizione fiscale (8.174 euro per i redditi da lavoro dipendente e 4.800 per gli autonomi nel 2021), considerando al 100% la parte eccedente questa soglia.

5) Considerare il patrimonio in modo flessibile

Utilizzare il criterio della soglia fissa (6mila euro in caso di famiglia con un solo componente) fa sì che chi ha un patrimonio anche di pochissimo sopra la soglia venga totalmente escluso dal reddito di cittadinanza, anche se il reddito è nullo o molto inferiore alla soglia. La proposta dice di considerare il patrimonio mobiliare come una delle tre fonti, insieme al reddito familiare e a quello di cittadinanza, che contribuisce a determinare la capacità di spesa di una famiglia, ma anche prevedere che una parte del patrimonio mobiliare non sia liquidabile in quanto costituisce un cuscinetto riserva per le famiglie, per un ammontare di 4.000 euro (nel caso di famiglia con un solo componente). Infine calcolare l’entità del reddito di cittadinanza dovuto come la differenza tra la soglia di reddito complessivo che il Rdc intende garantire e la somma del reddito disponibile e della quota di patrimonio liquidabile.

6) Stop all’obbligo della dichiarazione di disponibilità al lavoro per chi è indirizzato ai servizi sociali

L’intervento proposto è di richiedere la dichiarazione di immediata disponibilità solo dopo l’indirizzamento ai Centri per l’impiego e ai servizi sociali e solo a coloro che sono indirizzati (o reindirizzati successivamente) ai primi. Attualmente per ricevere il sussidio, tutti i beneficiari adulti devono effettuare una dichiarazione di disponibilità immediata al lavoro (Did) per poter accedere al beneficio, indipendentemente dal fatto che come singoli o come famiglia
siano poi effettivamente indirizzati ai Centri per l’impiego o invece ai servizi sociali, e, quindi, non ad un percorso di attivazione verso un’occupazione.

7) Cambiare i requisiti del “lavoro congruo”. L’obbligo di accettare l’offerta scatta sotto gli attuali 858 euro al mese

Oggi si può dire no a un’offerta se è inferiore a 858 euro al mese. La proposta è di prevedere un riproporzionamento della soglia minima in base all’orario di lavoro previsto nel contratto. Novità importante anche per quanto riguarda la distanza della sede di lavoro da casa: attualmente la prima offerta non può essere rifiutata se la sede è entro i 250 chilometri dal luogo di residenza, mentre il Comitato propone di superare questa disposizione “severa”. La distanza viene ricalibrata in 100 chilometri o 100 minuti di viaggio con i mezzi pubblici.

8) Più incentivi ai datori di lavoro

Estendere l’attuale incentivo alle imprese che assumono i beneficiari del Rdc anche nel caso di assunzioni con contratto a tempo indeterminato con orario parziale e con contratto a tempo determinato, purché con orario pieno e di durata almeno annuale. Nella proposta anche la sospensione, almeno temporaneamente in attesa che il meccanismo divenga più fluido ed efficiente, del requisito della presenza dell’offerta di lavoro sulla piattaforma.

9) Rafforzare i Patti per l’inclusione e i progetti di utilità collettiva

Oltre a rafforzare e formare adeguatamente l’organico dei servizi sociali comunali, per il Comitato occorre definire meglio un sistema di governance molto complesso, che vede interagire soggetti diversi - pubblici, di terso settore, privati - oltre a valutare se utilizzare criteri di priorità generali e rigidi per coinvolgere i beneficiari nei Puc (i componenti adulti della famiglia più giovani) sia il modo più adeguato per far funzionare i progetti e per rafforzare le capacità delle persone.

10) Il reddito da spendere oltre il mese successivo all’erogazione. Via il tetto del prelievo di 100 euro al mese

Le norme attuali prevedono l’obbligo di spendere l’intero contributo economico entro il mese successivo alla sua erogazione per non incorrere in decurtazioni. In più la Carta gialla, oltre a limitare l’utilizzo all’acquisto di certi beni, fissa la possibilità di prelievi in contante a un limite mensile di 100 euro per un singolo,
moltiplicato per la scala di equivalenza nel caso di famigli con più membri. La proposta: abolire l’obbligo di spendere l’intero contributo economico entro una scadenza predefinita e ridurre i vincoli sull’utilizzo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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