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Vettel e Hamilton in gara in Ungheria per la Formula 1 sfidano le politiche omo e transfobiche di Orban

·5 minuto per la lettura
Photo credit: Pool - Getty Images
Photo credit: Pool - Getty Images

Il primo è stato Lewis Hamilton. Non parliamo (solo) di numeri sportivi, che ci sono, perché il campione di Formula 1 ha finito il 2020 superando il record di Michael Schumacher di vittorie totali in gara, conquistando 95 vittorie di Grand Prix, e ha eguagliato il bottino di campionati del mondo, vincendo il suo settimo titolo. Ha, poi, vinto per la seconda volta il premio, votato del pubblico, per la BBC Sports Personality of the Year (è stato anche nominato in altre quattro occasioni) ed è stato nominato nella New Year's Honours List. Non è, tuttavia, come dicevamo in alto, solo per il suo essere fuoriclasse assoluto che, in una breve cerimonia a Buckingham Palace, lo scorso dicembre la regina Elisabetta II lo ha battuto su entrambe le spalle con una spada cerimoniale facendo così sorgere Sir Lewis Hamilton. Non è, insomma, solo perché è il più grande pilota di F1 di tutti i tempi, che si parla di lui come un essere fuori dal comune: è anche perché è il primo e unico pilota di colore nella classe regina del motorsport, e, soprattutto, è stato il primo in assoluto a portare l'attivismo dentro a uno sport solo per maschi, quasi tutti bianchi.

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Tutti, tranne lui, Lewis che arriva da una famiglia umile, a differenza, ancora, della stragrande maggioranza dei colleghi, e che di quel 2020 all'insegna dei record ha detto pubblicamente che ricorderà più quello che è successo fuori pista che quello che è successo su di essa. Quello, infatti, è stato l'anno in cui finalmente ha trovato la sua voce, chiara e forte, contro gli abusi e gli omicidi dei neri da parte dei poliziotti americani, contro il razzismo, contro le discriminazioni tutte, contro omo e transfobia. Lo sport, e lo stiamo vedendo anche in queste Olimpiadi di Tokyo, sta trovando il coraggio di abbandonare la neutralità, il silenzio rispetto a ciò che accade nel mondo, per mostrare, al contrario, che anche gli atleti possono esporsi, e che bene che fa questa cosa. Essere politici, essere attivisti, in un ambiente come quello dell'automobilismo, è più duro ancora. Per i soldi, i brand, i cliché che ci girano intorno e ci vivono dentro, per una cultura distante se non distaccata rispetto ai casini del mondo. Poi però è arrivato Lews Hamilton, che, tra le altre cose, è diventato un ambientalista convinto (s'è sbarazzato, tra le altre cose, del jet privato ed è diventato vegetariano, oltre ad avere fondato un'azienda di fuoristrada elettrici) nel giugno 2020, poche settimane prima dell'inizio ritardato della stagione di F1, ha partecipato a una marcia di Black Lives Matter nel centro di Londra. Come milioni di altri, è stato scosso dalla morte di George Floyd a Minneapolis e ha sentito un forte desiderio di usare la piattaforma che ha costruito attraverso il suo successo nelle corse per fare qualcosa al riguardo.

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"Guardare George e quello che gli stava succedendo ha fatto emergere tutte le mie emozioni e le esperienze che ho avuto da bambino. Ero tipo, 'è il momento di parlare. Non ne posso più.'” All'inizio della stagione 2020, Hamilton si è inginocchiato prima della prima gara, indossando una maglietta Black Lives Matter: 13 degli altri 19 piloti si sono uniti a lui. Ha ripetuto il gesto a ciascuna delle 17 tappe del calendario. Sul podio dopo aver vinto il Gran Premio di Toscana a settembre, si è slacciato la tuta da gara nera fino alla vita per rivelare una maglietta con la scritta "Arrestate i poliziotti che hanno ucciso Breonna Taylor". La FIA, che governa il motorsport globale, ha risposto vietando l'uso di indumenti non ufficiali sul podio per le gare future.

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Oggi, Lewis Hamilton ha un nuovo alleato al suo fianco, e cioè il collega Sebastian Vettel: insieme al Gran Premio di Budapest, i due piloti avversari si sono uniti nel messaggio di supporto e sostegno alla comunità LGBTQI+ ungherese, duramente bersagliata e presa di mira dal premier Viktor Orban. Vestito con t-shirt (e mascherina) arcobaleno, con sopra la scritta "Same Love", il quattro volte campione tedesco ha detto:"Ognuno è libero di fare ciò che vuole, e credo che sia proprio questo il punto. Trovo imbarazzante per un paese che è nell'Unione Europea dover votare leggi come questa (ovvero la cosiddetta "legga sulla protezione dell'infanzia"). Tutti meritano di avere la libertà di essere se stessi, indipendentemente da chi amano o da come si identificano. Abbiamo avuto così tante opportunità di imparare dal passato - ha concluso Vettel - e non riesco a capire perché si stia lottando per impedire che le persone siano libere di fare ciò che vogliono, amare chi gli piace. È sulla falsariga del vivi e lascia vivere. Non spetta a noi fare la legge ma solo esprimere il sostegno a coloro che ne sono colpiti".

Photo credit: Dan Istitene - Formula 1 - Getty Images
Photo credit: Dan Istitene - Formula 1 - Getty Images

Questa posizione per i diritti, umani e fondamentali, sappiamo che va ben oltre l'Ungheria. I diritti umani sono una questione importante di cui la F1 è sempre più consapevole e questo tema sarà inevitabilmente sotto i riflettori entro la fine dell'anno, quando si correrà in Arabia Saudita. Ancora una volta, è probabile che Hamilton e Vettel saranno le figure che si esporranno e parleranno di più (Hamilton lo ha già fatto nel problematico Bahrain) nel tentativo di aiutare a incoraggiare il cambiamento e dare sostegno a coloro che affrontano discriminazioni e persecuzioni. Ma anche per ispirare una nuova generazione di piloti, attenti, aperti, sensibili, attivi, coraggiosi e politici.

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