Com'è una giornata a Piazza Affari

Anche se le contrattazioni non si fanno più qui, palazzo Mezzanotte resta il cuore della finanza italiana

«Borsa di Milano negativa a pochi minuti dall’apertura». «Titoli al ribasso, Piazza Affari chiude in calo». Frasi come queste le sentiamo tutti i giorni al telegiornale. Le leggiamo ogni mattina sui quotidiani. Ma che cosa succede esattamente a Piazza Affari, questo luogo-simbolo ormai entrato nel linguaggio comune? Niente. A Piazza Affari 6, sede della Borsa Italiana, non succede niente. O meglio: niente di quello che ci immaginiamo. Niente trader in maniche di camicia arrotolate che urlano «Vendo, compro». Oggi – anzi, dal 1994, anno di nascita del mercato telematico dei derivati – le contrattazioni si fanno davanti allo schermo del computer. Gli operatori hanno la loro postazione negli uffici di trading delle banche. Vendono e comprano con un click.

Piazza Affari 6 si è trasformata nella normale sede di un’azienda: Borsa Italiana. Vi lavorano i dipendenti: c’è chi aiuta le piccole medie imprese a quotarsi, chi adatta le regole italiane alle linee guida internazionali. E molto altro. Tutto quello che si fa qui dentro ha a che vedere con i mercati, ovviamente. Ma non è qui che si decide il loro andamento: quel più o quel meno di cui ogni sera sentiamo parlare al tg viene stabilito fuori. Nei computer dei trader, nelle sedi delle banche. Eppure Piazza Affari 6 è un luogo fisico. Un palazzo maestoso, tra l’altro: l’ha costruito nel 1932 l’architetto Paolo Mezzanotte.

Provo a entrarci una mattina grigia di inizio giugno. Tre uomini della sicurezza mi fermano sospettosi sui gradini: «Scusi, lei chi è?». «Questo è palazzo Mezzanotte?», rispondo con l’aria della turista. «Sì». «Posso dare uno sguardo?». «Solo nell’atrio». Ok. Anche volendo, non potrei andare oltre. Per superare l’ingresso e accedere agli uffici ci vuole un badge. Oppure un appuntamento. Io non ho nessuno dei due. Ci ho provato a ottenerlo, un appuntamento. Ma i tempi sono molto lunghi. Sarei riuscita a parlare con alcuni dipendenti non prima di luglio: ci voleva l’autorizzazione dei vertici, gli impiegati avrebbero dovuto ricevere istruzioni su che cosa raccontare e cosa no. «Rigidi protocolli di riservatezza», mi ha spiegato l’ufficio stampa. Ok, allora faccio un giro da sola. Solo per vedere, finalmente, che cos’è Piazza Affari.
L’atrio è enorme, rettangolare, in marmo rosato. Accanto all’ingresso, sulla sinistra, un set di poltrone in pelle nera. C’è una sola persona in attesa: probabilmente deve partecipare a un’assemblea di azionisti al piano interrato. Ne sono previste due alle 13. Alla mia destra quattro tornelli e un addetto alla sicurezza controllano gli accessi. Di fronte, due lunghi tavoli e due receptionist. C’è un grande silenzio, interrotto solo dal parlottare degli uomini della security e dal «bip» dei badge. A ricordare che lì, un tempo, avvenivano contrattazioni tra operatori urlanti è rimasto solo uno schermo. Mostra i titoli che salgono e scendono, è l’unica traccia di finanza che si scorge nell’androne. 

Ma è comunque un simbolo della finanza di oggi, smaterializzata. Fino a 18 anni fa, invece, quell’atrio pullulava di trader in carne ed ossa: «Alle 8.45 arrivavamo tutti in Borsa Valori, poco prima della partenza delle grida: andavamo a prendere gli ordini al tavolo e poi via alle contrattazioni», racconta Salvatore Capasso, 49 anni, trader di Banca Imi. Fa questo mestiere dal 1986. Per otto anni, fino al fatidico 1994, a Piazza Affari ci ha messo piede tutti i giorni. «Un lavoro faticosissimo: si stava in piedi per ore, fino alle 14-15. Con un orecchio si prendevano gli ordini della banche, al telefono. Con l’altro si stava attenti ai titoli, si annotavano quantità e prezzi, si facevano le offerte». Oggi invece? «Si gestisce tutto seduti e dal pc, ma lo stress psicologico è maggiore: seguiamo mercati stranieri, gli strumenti finanziari sono molto complessi, il rischio di disguidi tecnici è dietro l’angolo».

Salvatore, però, non è nostalgico. «Il lavoro di oggi è lo stesso di quello di ieri, solo più evoluto. Lo preferisco. Quello che mi manca è il rapporto umano con gli altri trader: vent’anni fa tutto si basava sulla parola, non c’era nulla di registrato sulle operazioni. Quindi tutti si attenevano rigorosamente a un codice etico e c’era una relazione con i colleghi, anche dopo la Borsa».

Oggi no, a fine giornata tutti a casa. La finanza da computer è così, individuale. Non si contratta faccia a faccia, non si va a pranzo insieme. Piazza Affari non pullula più di trader. Ma resta il cuore dei mercati italiani, perché in fondo nessuno vuole rinunciare all’immagine degli operatori che urlano nell’androne del civico 6. Esco e incrocio una troupe televisiva che sta riprendendo l’esterno di palazzo Mezzanotte. «Piazza Affari chiude la mattinata in calo», dirà tra un’ora il conduttore del tg.