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Voglia di voltare pagina, non solo sul calendario

Pierluigi Gerbino
 

Finisce oggi il terribile mese di marzo. Un mese che sarà ricordato sui libri di storia come quello in cui è esplosa la peggior pandemia del secolo, dichiarata dall’OMS l’11 marzo.

Il mese si chiude con il tentativo dei mercati di strozzare nella culla la seconda gamba ribassista del bear market, sviluppatosi dai massimi storici di SP500 il 19 febbraio e battezzato quando l’indice USA arrivò a perdere più del -20% dai massimi, cioè il 12 marzo, non a caso il giorno dopo la dichiarazione ufficiale di pandemia.

La scorsa settimana hanno tentato un poderoso rimbalzo, un tentativo di inversione a V grazie alle bordate di artiglieria fiscale e monetaria sparate da governi e banche centrali, che hanno messo in campo sostegni all’economia di guerra di entità pari a parecchi punti di PIL. Un calcolo provvisorio del FMI per i principali paesi del G10, stima un ammontare medio di oltre il 4% del PIL sotto forma di aumenti di spesa pubblica e tagli alle tasse già decisi e, se si aggiungono anche finanziamenti agevolati alle imprese, si arriva a superare il 7%. La parte del leone, quando c’è da spendere in deficit, non sorprende che la stia facendo Trump, che ha già stanziato complessivamente oltre 10 punti di PIL di sostegni all’economia. Se li confrontiamo con le somme varate da Giuseppi (1,5% del PIL italiano) non c’è proprio partita. A questo proposito è significativo, anche se non sorprendente, che l’Italia, pur essendo il paese in proporzione più colpito dal virus, sia fanalino di coda in questa classifica della spesa d’emergenza tra i 10 principali paesi occidentali.

Il rimbalzo è parso naufragare venerdì scorso, sull’onda emotiva del passaggio degli USA in pole position nella classifica dei contagi e degli allarmi che suscita la situazione sanitaria a New York, oltre che delle liti in Eurolandia sui corona-bond, fortemente voluti dai paesi della fascia mediterranea (Francia compresa, questa volta), ma osteggiati da Germania e i suoi satelliti (Olanda, Finlandia, Danimarca ed Austria), con la sponda della Von der Leyen, schieratasi con i rigoristi.

Lo strascico delle polemiche e lo stallo che potrebbe durare almeno fino a Pasqua, ha ridato vigore allo spread BTP-Bund, tornato dalle parti di quota 200, e causato una certa debolezza anche ieri nelle borse europee, che hanno avuto necessità dell’aiutino di Wall Street per chiudere positivamente la seduta. Le borse USA sono riuscite ad annullare la scivolata di venerdì ed a riportarsi nell’area dei massimi di giovedì scorso (2.637 punti su SP500, che ieri ha fatto un +3,35% di tutto rispetto), che ora fa da importante resistenza alla continuazione del rimbalzo. Se oggi il principale indice USA riuscisse a superarla con convinzione potrebbe estendere ancora il recupero, anche perché andrebbe a scavalcare pure la media a 20 sedute, raggiunta ieri, ed il livello di ritracciamento del 38,2% di Fibonacci, che è situato a 2.650. La capacità di andare oltre la successiva resistenza di 2.711 ci obbligherebbe a considerare l’eventualità che il fondo dell’intero movimento sia già stato toccato al minimo dello scorso 23.3.

Come dicevo, gli indici europei hanno passato la mattinata in ribasso e sono riusciti a strappare il segno positivo solo grazie al traino di Wall Street, anche se il loro recupero non li ha ancora avvicinati ai massimi di giovedì scorso. E’ un segno di debolezza relativa, a cui certamente non è estranea la scivolata del settore bancario, a cui la Vigilanza BCE ha “consigliato” di non distribuire il dividendo fino ad ottobre, accantonandolo a riserve che potrebbero essere provvidenziali nei prossimi mesi. In cambio ha offerto criteri più “bonari” nella valutazione del rischio, che ridurranno la necessità di richiedere aumenti di capitale in caso di esplosione (probabile) di nuove sofferenze nei prossimi mesi. Questa richiesta era già stata annunciata tra i provvedimenti della BCE a metà marzo, ma evidentemente era stata un po’ snobbata. Ieri la BCE l’ha ricordata, scatenando il fuggi fuggi di chi non aveva ancora venduto le banche in attesa del dividendo.

Oggi i mercati tenteranno l’impresa di voltare pagina, non solo sul calendario. 

Ma mentre sul calendario sarà facile, addirittura inevitabile, dimenticare l’orso sarà assai più difficile.

Autore: Pierluigi Gerbino Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online