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Wall Street, ecco perché il "segnalatore di bolla" di Buffett ha fatto il suo tempo

Virgilio Chelli
·3 minuto per la lettura
Wall Street, ecco perché il
Wall Street, ecco perché il

Invesco analizza l’indicatore che usa il rapporto tra capitalizzazione di Borsa e PIL per determinare se il mercato è sopravvalutato per giungere alla conclusione che si tratta ormai di uno strumento impreciso

All'inizio di gennaio 2021 l'indicatore ideato dal leggendario investitore Warren Buffett, che stabilisce un rapporto tra capitalizzazione di mercato azionario e PIL per stabilire se le quotazioni sono eccessive, ha raggiunto il livello più alto in 13 anni, spingendo alcuni osservatori a concludere che Wall Street è la borsa più sopravvalutata dai tempi della crisi finanziaria globale. Il Buffett indicator aveva toccato i massimi precedenti subito prima del crollo del 2008 e in occasione la bolla tecnologica del 2000, quando aveva toccato il 210% e il 188% del PIL degli Stati Uniti, rispettivamente.

UN METODO PIUTTOSTO ROZZO

Il capo economista di Invesco John Greenwood e il senior economist Adam Burton hanno analizzato l'affidabilità dell'indicatore per rivelrne diversi problemi con questo indicatore. Il Buffett Indicator è basato sul rapporto tra capitalizzazione di mercato e PIL misurando il valore totale di tutti i titoli quotati in Borsa negli Stati Uniti diviso per il prodotto interno lordo. Come forma di multiplo di valutazione per un intero paese è certamente un modo semplice per confrontare il valore aggregato di tutte le azioni con la produzione totale di riccehzza di un paese. Ma, secondo gli economisti Invesco, è anche piuttosto rozzo e difettoso sotto vari aspetti.

UN PARAGONE DI MELE E PERE

In primo luogo i due esperti osservano molte azioni quotate negli Stati Uniti sono in realtà società globali che generano ricavi e profitti in tutto il mondo. Per questo, il confronto tra la capitalizzazione delle azioni statunitensi e il PIL nominale degli Stati Uniti è un paragone di mele con pere. In secondo luogo gli economisti di Invesco si chiedono se abbia senso concentrarsi solo sulla parte azionaria della struttura del capitale e omettere altre forme di attività finanziarie come obbligazioni o altre forme di debito. Attualmente, tassi e rendimenti estremamente bassi spingono gli investitori a preferire azioni o liquidità, per cui sarebbe quindi più appropriato confrontare i valori delle attività totali, e non quelli delle azioni, con il PIL nominale.

DIVERSE VELOCITÀ DI CRESCITA

Inoltre, secondo Greenwood e Burton, ci si dovrebbe aspettare che il valore totale delle attività aumenti rispetto al reddito nel medio-lungo termine. La loro analisi mostra che la moneta in generale e il totale delle attività crescono all'incirca allo stesso tasso, mentre il PIL nominale e gli utili aziendali crescono anch'essi a tassi simili, ma inferiori. Negli Stati Uniti il valore della moneta in senso lato e del totale delle attività sono cresciuti a tassi annualizzati del 7,2% e del 7,1%, rispettivamente, dal 1950, mentre il PIL nominale e i profitti aziendali sono cresciuti entrambi a un tasso annualizzato del 6,3% nello stesso periodo.

UNO STRUMENTO IMPRECISO

In tutte le principali economie il rapporto tra moneta e attività totali rimane abbastanza stabile, riassumono gli economisti Invesco, sottolineando che i valori delle azioni possono variare come quota del patrimonio totale a seconda della situazione finanziaria, ma il reddito nazionale non è il confronto appropriato per valutare il mercato azionario. Pertanto, concludono i due esperti di Invesco, l'indicatore di Buffett è uno strumento di valutazione impreciso che implica falsamente che le valutazioni delle attività debbano allinearsi a un rapporto medio con il PIL nominale mentre in realtà aumentano chiaramente nel tempo.