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Piscaglia: la felicità che arricchisce territorio e impresa

Milano, 3 mag. (askanews) - Giovani troppo choosy? Donne che preferiscono prendersi cura della casa piuttosto che lavorare in fabbrica? O -per contro- modelli organizzativi non più coerenti con i tempi e le dinamiche della concreta quotidianità e che quindi allontanano la mano d'opera, pur se disponibile. Quanto accade nel distretto calzaturiero che si sviluppa nei comuni di San Mauro Pascoli, Savignano sul Rubicone e Gatteo, in Emilia Romagna, può aiutare a leggere - e a risolvere - in modo diverso e virtuoso la difficoltà ad attrare e trattenere i lavoratori di un territorio ad alta vocazione impreditoriale.

Si parla di una realtà di circa 100 aziende diffuse tra i tre comuni per oltre 3.00 addetti: storie di eccellenze italiane della calzatura, ma anche di rigidità, in azienda e sul territorio, di modelli organizzativi tradizionali e non più attuali. "Nel 2013 ci si rese conto che non c'era più appeal per le nostre imprese verso giovani e donne che non venivano più a lavorare da noi - racconta Luca Piscaglia, consulente del lavoro - E c'era quindi il rischio concreto di che l'intero distretto andasse a spegnarsi. E ci siamo interrogati per capire come riportare i giovani verso questo distretto".

Da questa capacità di mettersi in discussione è nato il progetto del "Distretto della felicità" che vede nella rimodellazione degli orari, nel concetto della conciliazione casa-lavoro, i suoi pilastri fondamentali. Da una indagine approfondita del tessuto economico era infatti emerso che l'organizzazione tradizionale penalizzava i lavoratori giovani con famiglia e soprattutto le donne - particolarmente abili nelle fasi di cucitura e finitura - fino a scoraggiarle del tutto nella disponibilità al lavoro. Una grave perdita questa perché innescava nelle imprese la tentazione a delocalizzarsi, impoverendo il territorio dal punto di vista economico, o a trovare risposta nella mano d'opera straniera, la quale però tendeva a tornare nel proprio Paese interrompendo nella comunità locale il passaggio naturale di conoscenze e abilità.

Per far tornare la "felicità" nel distretto è stato quindi necessario coinvolgere tutti: istituzioni, imprese, cittadini. Sono stati quindi cambiati gli orari di lavoro nelle aziende, sono state accorciate le fasce di lavoro per fare uscire prima le persone a fine giornata. Ma non solo: sono stati cambiati gli orari di lavoro nelle scuole materne, negli asili nido, quello dei medici di base, sono stati aperti i centri diurni per gli anziani anche a non residenti, e perfino gli sportelli delle banche hanno un nuovo orario di apertura.

Il progetto coinvolge ora oltre un terzo dei lavoratori del distretto calzaturiero ed è diventato un'esperienza di riferimento per altri territori dalle caratteristiche simili.

Piscaglia ha condiviso l'esperienza del "Distretto della felicità" nel corso della tappa a Rimini del Salone della Csr e dell'innovazione sociale.

Nel suo intervento ha voluto anche sottolineare il perché di un nome così ambizioso per questo progetto di responsabilità sociale: "Felicità non come sentire personale - ha detto - ma come processo di studio dell'economia". Sì, certo, felicità come risultato di una economia responsabile, ma anche come efficace intuizione per attirare interesse e attenzione: dopotutto chi non vorrebbe lavorare in un territorio felice?

( luca.ferraiuolo@askanews.it )