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Caf o commercialista? Pro e contro

Gennaro Barbieri
Dichiarazione dei redditi (Fotolia)

Quando si avvicinano le scadenze fiscali, per molti contribuenti sorge spontanea una domanda: conviene rivolgersi a un commercialista oppure a un Centro di assistenza fiscale (Caf)? Le differenze non sono esigue e le variabili da considerare di varia natura. Cerchiamo di tracciare un quadro.

In alcune aziende, soprattutto multinazionali o comunque di grande portata, ci sono a disposizione Caf gratuiti per tutti i lavoratori, a prescindere dal tipo di contratto con cui si è inquadrati. Negli ultimi anni però le realtà che dispongono di questo vantaggio sono diminuite esponenzialmente. La regolamentazione in materia ha registrato un’importante variazione con il decreto legislativo 490 del 1998. In seguito a questo intervento normativo, per le imprese non esiste più l’obbligo di prestare assistenza fiscale ai propri dipendenti.

L’assistenza fiscale per la compilazione e presentazione delle dichiarazioni dei redditi può invece essere prestata dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori dipendenti e pensionati o dalle organizzazioni territoriali da esse delegate, dai sostituti di imposta (enti e imprese) che hanno complessivamente almeno 50mila dipendenti e dalle associazioni di lavoratori promotrici di istituti di patronato riconosciuti aventi complessivamente almeno 50mila aderenti.

Allo stato attuale, i Caf più utilizzati sono quelli delle organizzazioni sindacali. Teorema, la società di servizi fiscali della Cgil, diversifica la spesa in base a una decina di fasce di reddito: i non tesserati Cgil che dichiarano meno di 12mila euro, pagano 41 euro per un 730; un non iscritto con reddito sopra i 50mila pagherà 121 euro per il Caf; chi percepisce una cifra intorno ai 25mila euro pagherà circa 90; mentre per gli iscritti con in tasca la tessera Cgil si paga meno della metà per ogni fascia di reddito, dai 16 euro della più bassa ai 48 della massima.

Anche il Caf della Cisl ha tariffe diverse per scaglioni di reddito: per chi ha un reddito fino a 25mila euro, il 730 costa 33 euro; chi ha un reddito inferiore agli 8mila euro deve pagare 13 euro. Per quanto riguarda le tariffe della Uil, vengono stabilite in automatico dal sistema informatico, in base alla fascia di reddito e ai quadri compilati, con agevolazioni per gli iscritti. L’Ugl richiede 40 euro ai non iscritti, 25 ai tesserati. Tariffe simili per i Caf delle Usb.

Sono in molti, però, a preferire l’assistenza di un commercialista perché garantisce un supporto più costante e in molti casi più dettagliato. Le parcelle sono, tuttavia, più elevate. In genere la sola assistenza per la compilazione di modelli 730 si aggira tra i 75 e i 100 euro. Il solo invio telematico del modello Unico, senza correzioni, si attesta intorno ai 30 euro.

Il discorso cambia, invece, per i titolari di partita Iva. In questo caso il Caf rischia di non essere sufficiente e rivolgersi a un commercialista è quasi d’obbligo, perché sono numerosi gli adempimenti da effettuare ed è necessario un lavoro personalizzato. Il rischio, però, è che il professionista oltre alla cifra fissa annuale chieda anche 50 o 100 euro tutte le volte che emerga la necessità di una prestazione aggiuntiva. Per tenere i costi sotto controllo, è quindi opportuno chiedere al commercialista, all’inizio del rapporto di consulenza, il listino dei prezzi che vengono applicati alle eventuali richieste di prestazioni supplementari.

In ogni caso, prima di decidere bisognerebbe effettuare una stima del proprio fatturato. Una scelta importante riguarda il fatto di richiedere una contabilità semplificata o ordinaria.  Il tipo di gestione della contabilità influisce notevolmente sui costi del commercialista. Fino agli inizi di quest'anno esisteva un tariffario professionale, ma in genere non ci sono parametri specifici di riferimento. Oggi 1.000 euro l’anno è la cifra media che si richiede per gestire una contabilità semplificata.

A livello di responsabilità dinanzi gli errori commessi ci sono alcune differenze. Per legge, infatti tutti i Caf per poter essere abilitati ad operare debbono sottoscrivere un’apposita polizza assicurativa al fine di garantire agli utenti il risarcimento dei danni eventualmente provocati dall’assistenza fiscale prestata. La disciplina inerente la responsabilità del commercialista indica invece che è il contribuente a rispondere del reato di omessa dichiarazione Iva anche nell’ipotesi in cui sia il commercialista negligente a non trasmettere i dati al fisco.

Sul punto è intervenuta la Corte di Cassazione (sentenza 16958 del 2012) confermando quanto stabilito dalla Corte d’Appello che aveva condannato il rappresentante legale di una società che non aveva presentato le dichiarazioni Iva richieste per i periodi di imposta relativi agli anni 1999, 2000, 2002 e 2003. Il reato è quello prescritto all’art. 5 del D.Lgs. 74/2000. Resta quindi onere del contribuente vigilare sull’attività del commercialista.

L’unica via di rivalsa è quella di intentare una causa civile contro il professionista ma spesso i tempi lunghi scoraggiano chi potrebbe essere legittimato ad intraprendere questa strada. Va detto però che i professionisti hanno l’obbligo di stipulare un’assicurazione per coprire i danni ai contribuenti causati da ritardi o sviste.

In sostanza, come suggerimento di carattere generale, per i lavoratori dipendenti, soprattutto se con retribuzioni medio-basse è preferibile rivolgersi al Caf, dato che si tratta di adempimenti snelli e agevoli. Per gli autonomi che operano con vari committenti e che sono titolari di partita Iva è opportuno invece rivolgersi al commercialista in modo da poter contare su un’assistenza più specifica e costante.