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Quando non abbiamo lasciato aprire Disneyland in Italia, perdendo 36mila posti di lavoro

Angela Iannone

Altro che Jobs Act e riforme, in Italia i posti di lavoro li porta Topolino. O meglio, avrebbe potuto portarli, dando una spinta all'economia e al turismo italiano e creando dei benefici a lungo termine. E invece.

E invece non è andata così quando la Walt Disney Company, mega azienda dello spettacolo made in Usa, decise di fondare il suo primo Disneyland proprio in Italia, precisamente a Napoli. Una scelta che avrebbe portato all'Italia, nel lontano 1992, ben 36 mila posti di lavoro. La storia, raccontata nell'ultimo libro di Lorenzo Salvia, giornalista del Corriere della Sera, risale a circa 25 anni fa, quando la Disney era alla ricerca di una location dove metter su il suo primo parco tematico europeo, verso la fine degli anni Ottanta.

Tra le candidate c'erano Francia, Spagna, Portogallo Germania, Italia e Gran Bretagna. L'Italia fu tra le preferite, Napoli in particolare, per il clima sempre mite, molto simile ai parchi tematici in California e Florida, dove fa caldo tutto l'anno. Così si individuò anche il sito, Bagnoli, ma al momento conclusivo ci furono, come racconta il giornalista, "resistenze enormi": "C'è chi parlò di «Chernobyl culturale». Chi si appellò alla difesa del sito industriale (Italsider, n.d.r.) di Bagnoli. Che chiuse definitivamente nel 1992, nello stesso anno in cui in Francia aprì Eurodisney. Per la cronaca, l'Italsider, nel suo momento di massimo splendore, arrivò a impiegare al massimo settemila addetti. Se Topolino non fosse stato respinto alle porte di Bagnoli, i posti di lavoro, indotto compreso, sarebbero stati 36mila".

Un parco tematico in Europa, perchè dall'Europa provenivano, verso la metà degli anni Ottanta, la maggior parte dei  visitatori dei Disneyland americani. La casa fondatrice di Mickey Mouse aveva intuito il grosso guadagno che avrebbe portato un Eurodisney nel Vecchio Continente, iniziando così la ricerca del posto ideale.
I siti presi in considerazione furono più di 1200, sparsi in tutta Europa; moltissimi però non passarono la selezione. In realtà, altre fonti parlano non di un rifiuto da parte dell'Italia stessa, ma di uno scarto da parte del  presidente della Walt Disney Attractions, Dick Nunis, che eliminò il Bel Paese "perché i centri maggiormente popolati, nelle cui prossimità sarebbe sorta la Disneyland europea, si distribuivano lungo l’arco alpino, sollevando notevoli problemi ambientali".

Alla fine, nel 1985, la scelta ricadde sulla Francia, governata dall'allora leader socialista Francois Mitterand, che vide nella nascita di una Disneyland in Europa una ghiotta opportunità, che avrebbe assicurato la creazione di numerosi posti di lavoro e contribuito in misura decisiva a fare del turismo uno dei settori portanti dell’economia della Francia. E così è stato.