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Euro Dollaro in Parità: Perché non è l’Italia a Rimetterci Maggiormente

Il cambio euro dollaro si ritrova ancora non lontano dalla parità, anzi a un passo dal livello psicologico tondo di 1.0. Nonostante ciò, in queste ore il prezzo sta reggendo la forte pressione ribassista in quest’area di ipervenduto. Ma il crollo pare già dietro l’angolo.

A mantenere ancora sopra la parità il cambio euro dollaro è essenzialmente il rilievo psicologico dell’evento.

Semplicemente, il mercato – inteso infatti come aggregato di operatori economici che effettuano decisioni ponderate – non è abituato a vedere la moneta unica in parità con il dollaro USA (e men che meno sotto 1.0). Pare questa la sola ragione per cui il Fiber non si è ancora spinto sotto 1.0 e precisamente verso i minimi del 2002, a quota 0,9860.

Già allo stato attuale, e a maggior ragione in caso di nuovo break-out ribassista, la debolezza della moneta unica impatta però sull’economia dell’Eurozona, la cui crescita è stata letteralmente inchiodata dalla guerra in Ucraina e dall’emergenza energetica legata ai problemi di approvvigionamento. Ma su chi pesa maggiormente il crollo della moneta unica europea?

Cambio euro dollaro debole: quale l’impatto sull’Italia?

Come evidente, una moneta debole è spesso uno specchio del contesto macroeconomico del relativo paese o continente. In questo caso, come già affermato, l’euro in fase di parità con il dollaro USA riflette infatti un contesto economico di forte dipendenza energetica ed elevata inflazione che rallentano la crescita.

Il primo impatto, per tutti i Paesi dell’Eurozona, è rappresentato dal costo delle importazioni energetiche, considerando che le commodities sono scambiate in dollari. Per comprendere l’impatto delle fluttuazioni valutarie in tal senso, basti pensare che un barile di petrolio superava i 130 dollari nel 2008, ma veniva effettivamente acquistato dall’Eurozona a un costo ben ridotto in euro, considerando il valore di quest’ultimo contro il dollaro USA.

Una moneta debole, però, permette di favorire le esportazioni, proprio perché i prodotti in euro, e precisamente quelli italiani, diventano più convenienti agli occhi dei consumatori americani.

Rimanendo proprio nel caso italiano, ciò che è importante notare è che il volume complessivo di esportazioni del Bel Paese appare, come sempre, concentrato intorno a settori e prodotti a basso livello di trasformazione e a basso impatto tecnologico.

In altri termini, le notorie esportazioni Made in Italy si limitano essenzialmente a beni come autoveicoli, abbigliamento, prodotti chimici di base e macchine dell’industria che, in taluni casi, sono sì prodotti industriali complessi, ma che spesso non richiedono per il loro processo di trasformazione materie prime acquistabili solo in dollari USA.

Inoltre, l’importazione italiana, a causa del suo tessuto industriale, non si concentra particolarmente su prodotti venduti dagli Stati Uniti, a differenza di altri Paesi più industrializzati, Germania in testa.

Guardando ai dati del 2021, infatti, gli Stati Uniti si trovano al sesto posto tra i Paesi da cui l’Italia importa prodotti, mentre rappresentano il secondo partner commerciale per le esportazioni, subito dopo la Spagna.

I paesi più industrializzati pagano maggiormente la parità

Ed ecco il punto: nonostante l’Italia appaia come uno dei Paesi più fragili in uno scenario di forte debolezza monetaria, a causa delle sue problematiche pregresse, sono invece proprio i Paesi industrializzati e più dipendenti dalle tecnologie statunitensi e asiatiche a risultare particolarmente penalizzati dai movimenti attuali del cambio euro dollaro.

Appare infatti indubbio che l’alta inflazione tedesca e la bilancia commerciale poco rassicurante, unite al cambio euro dollaro in parità, peseranno certamente sull’economia principale dell’Eurozona, con un impatto difficile da quantificare nel breve termine.

Da qui, il titolo del giornale tedesco Welt, che parla di un’accelerazione della discesa della Germania proprio a causa dell’euro debole.

Per l’Italia, però, è tutt’altro che un pericolo scampato: in un contesto già drammatico, con lo spettro di un’altra crisi di governo e il capitale del Recovery Fund parcheggiato in attesa di condizioni macro più rassicuranti, una brusca frenata della Germania rischia di rappresentare una delle notizie peggiori di questo 2022.

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This article was originally posted on FX Empire

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