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Attenzione all’inflazione i mercati azionari presto potrebbero essere testati

·3 minuto per la lettura

La fiammata sui rendimenti dei titoli di Stato sembra essersi calmata, in particolare su quelli statunitensi, i Treasury. I dati sull’inflazione si sono mostrati rassicuranti sul breve periodo e i timori sono regrediti, tutto bene quel che finisce bene quindi? Non proprio, anche se il maggio dei mercati azionari ha visto calare la volatilità e l’azionariato ha conquistato qualche punto percentuale, bisogna stare pronti ad un eventuale prossimo test generato da una inflazione che è comunque data in rialzo.

La riprova, ulteriore, la fornisce il recente campanello d’allarme lanciato da Assofond, l’associazione di categoria di Confindustria che rappresenta le fonderie italiane. Il prezzo delle materie prime e anche dei noli marittimi, sono saliti con il rischio di “trovarci ad affrontare un’impennata generalizzata dell’inflazione”, ha detto Roberto Ariotti, presidente di Assofond, come riporta l’agenzia di stampa Ansa.

I rincari, fa notare Ariotti, “hanno superato il 60%”. Le fonderie, inoltre, vengono rifornite con quantità contingentate e senza la possibilità di fare scorte di metalli industriali. Ecco perché il presidente di Assofond dice chiaro e tondo che “la situazione (delle materie prime, ndr) è preoccupante e non posso escludere a priori la prospettiva di una fermata”, della produzione.

L’Italia, infatti, di estrazione delle materie prime ha poco o nulla, ed è esposta più di altre nazioni all’approvvigionamento e all’aumento dei prezzi perché non possiamo contare su una nostra industria estrattiva.

Cosa c’entra con i mercati azionari?

Di solito l’aumento dell’inflazione non è un buon segnale per i mercati azionari, poiché la tendenza in questi casi è di rifugiarsi nei titoli obbligazionari, sui quali si spostano i capitali che vengono sottratti ai titoli azionari, ponendo i prezzi di questi ultimi in un assetto ribassista.

Quanto ribassista? Questo dipenderà da una serie di fattori e in particolare da quanto sarà forte l’inflazione. Una porzione di analisti prevede una superinflazione come non la si sperimentava da oltre 40 anni.

Come reagiranno le banche centrali?

Qui viene il bello. Cosa faranno le banche centrali? Fino ad ora hanno inondato di liquidità i mercati e abbassato i tassi di interesse del denaro, allo scopo di abbassare il costo dei prestiti alle famiglie e alle imprese.

Ma sappiamo che la gran parte della liquidità che immettono sul mercato le banche centrali, finiscono anche nel mercato finanziario. Quindi se le banche centrali, allertate dal rischio inflazione cambiano la loro prospettiva ecco che i mercati finanziari si innervosiscono. Ciò accade perché lo strumento che le banche centrali hanno per contrastare l’aumento dell’inflazione è agire sui tassi di interesse del denaro, aumentandoli e riducendo il quantitative easing (QE), cioè riducendo l’immissione di liquidità nel sistema.

Il Federal Reserve System (Fed)statunitense affronterà ben presto l’argomento, e a settembre potrebbe già prevedere un assetto della sua politica monetaria differente rispetto a quello tenuto fino ad ora. In particolare si prevede una riduzione del QE, anche se proseguirà l’acquisto di Treasury.

L’Eurotower è un po’ più indietro, quindi è probabile che le prime iniziative partiranno dal primo trimestre del 2022, ma è indubbio che anche qui già si discuta di un rallentamento nell’acquisto dei titoli di Stato e di una risalita dei tassi di interesse, per contrastare l’inflazione eccessiva.

Tuttavia la strategia delle banche centrali potrebbe non essere l’anticipazione, per non creare troppa fibrillazione sui mercati azionari, ma un intervento giusto in tempo.

Meglio prepararsi in anticipo al cambio del vento.

This article was originally posted on FX Empire

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