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Beni confiscati alle mafie: una legge per sbloccare i tribunali

Davide Mazzocco

Sono 1.100 le firme raccolte dalla Legacoop di Reggio Emilia, grazie a una campagna promossa da Libera, Cgil, Arci, Acli, Sos Impresa, Avviso pubblico, Pio La Torre Onlus e Legacoop, per sostenere una proposta di legge popolare che favorisca l’emersione alla legalità delle aziende confiscate alle mafie.

Un’iniziativa “dal basso” che arriva da una delle provincie del nord Italia maggiormente danneggiate dalla concorrenza sleale dalle imprese gestite dai clan di camorra, ‘ndrangheta e cosa nostra. I 10 articoli della proposta di legge hanno come principio-cardine quello della prosecuzione dell’attività aziendale del bene sequestrato, in modo da non lasciarne decadere il valore economico e sociale, ma, soprattutto, in modo da dimostrare come si possa lavorare rispettando le regole.

Di fatto la proposta di legge entra in conflitto con il Codice antimafia entrato in vigore nell’ottobre 2011 e fortemente voluto dall’allora Guardasigilli e ora Ministro dell’Interno Angelino Alfano. Un codice che, per certi versi, è sembrato un vero e proprio regalo alle cosche, visto lo smantellamento di molti degli strumenti più efficaci nella lotta alle mafie.

Le nuove regole imposte dal delfino di Silvio Berlusconi hanno rallentato i tempi delle operazioni di sequestro per le aziende colluse con le mafie. I magistrati si sono ritrovati fra l’incudine e il martello: dopo il sequestro delle imprese, infatti, le aziende avrebbero dovuto licenziare i propri dipendenti e un’azione legalitaria si sarebbe trasformata in una condanna per i lavoratori che avrebbero finito per rimpiangere la vecchia dirigenza collusa con la criminalità organizzata.
 
Nell’autunno del 2013, poco prima della caduta del governo Berlusconi, Alfano fece approvare queste regole con un decreto legislativo che ha introdotto, per esempio, la norma per la quale i giudici hanno due anni e mezzo di tempo (dall’avvio del procedimento) per ultimare l’iter di confisca dei beni mafiosi. Se non si chiude in 30 mesi, il bene torna al mafioso e il procedimento di confisca non può più essere ripetuto.

Il Governo Berlusconi non prese in esame le osservazioni critiche provenienti dalla Commissione giustizia (priva di parere vincolante) e, passata la riforma, le attività di confisca sono risultate bloccate.

La strategia delle confische ha una storia trentennale: fu ideata da Pio La Torre, parlamentare del Pci ucciso a Palermo nei primi anni Ottanta, e fu portata avanti da Giovanni Falcone

Il nuovo Codice antimafia – la cui approvazione è stata coperta dal “rumore” assordante degli scontri plebiscitari pro e contro Berlusconi – ha aperto una nuova fase di garantismo nella quale i tribunali vengono ostacolati nell’iter che porta alla confisca: se il limite per tutto il procedimento è di due anni e mezzo, due anni se ne vanno soltanto per le perizie dell’amministratore giudiziario.

Insomma la riforma del codice antimafia è stata un assist formidabile alla criminalità organizzata da parte di un Governo che si è vantato a lungo di essere stato il più attivo nella lotta alla medesima. In quest’ultimo anno e mezzo i magistrati sono stati costretti a scegliere se restituire i beni che non sono riusciti a confiscare nei 30 mesi utili oppure mettere in liquidazione le grandi aziende, chiudendole e licenziando i dipendenti. In un caso o nell’altro a vincere è sempre la stessa parte e non è mai quella legalitaria. E con lo stesso artefice della riforma titolare del ministero dell’Interno e vicepremier è davvero difficile che le cose cambino nell'immediato futuro.