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Draghi prova a mettere il lucchetto alla manovra. Arrembaggio dei partiti, sindacati delusi

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(Photo: Mondadori Portfolio via Mondadori Portfolio via Getty Im)
(Photo: Mondadori Portfolio via Mondadori Portfolio via Getty Im)

Quando Stefano Patuanelli prova a capire se la richiesta di una modifica al superbonus può avere una possibilità, Mario Draghi resta in silenzio. È il ministro dell’Economia Daniele Franco a spiegare che il problema è sempre lo stesso e cioè che servono soldi per togliere il tetto Isee a 25mila euro applicato sulle abitazioni unifamiliari. Alla delegazione grillina che inaugura il giro di consultazioni sulla manovra a palazzo Chigi basta così. Insomma meglio restare appesi alla possibilità che forzare la mano. Del resto il premier dirà la sua solo dopo aver ricevuto tutti i partiti di maggioranza e qualche ritocco, non di certo uno stravolgimento, si potrà fare se la maggioranza parlerà con il linguaggio dell’unanimità. Ma la ricerca, che è anche necessità, di un dialogo per tenere al riparo la legge di bilancio durante il passaggio parlamentare, poggia su una base fragile. L’elemento di rottura è il numero degli emendamenti presentati al Senato: in tutto sono 6.290, ma 5.500 arrivano dalla maggioranza. Tra questi 1.108 sono a firma Forza Italia, 988 quelli presentati dal Movimento 5 stelle, 976 dalla Lega e 865 dal Pd. Ma la fragilità è rappresentata anche dalla contrarietà dei sindacati alla suddivisione degli otto miliardi per il taglio delle tasse.

Ora è vero che ci sono emendamenti ed emendamenti, cioè proposte che non pesano troppo dal punto di vista economico e altre che costano invece tantissimo. Ma il punto è un altro e lo centra Enrico Letta quando si dice fiducioso che alla fine si troverà un’intesa e si eviterà l’assalto alla diligenza. Quanto è solido questo auspicio? Matteo Salvini ha già fatto sapere che i suoi si presenteranno da Draghi con una richiesta imponente sul caro-bollette: aggiungere altri tre miliardi ai due già previsti. Solo questa richiesta fa sballare i saldi, ma anche gli equilibri politici dato che la copertura individuata dai leghisti è quel reddito di cittadinanza che i 5 stelle sono riusciti a farsi riconfermare anche durante l’incontro con il premier e il titolare del Tesoro.

Non è solo una questione di bandierine, già ammainate da palazzo Chigi durante la gestazione della manovra con lo stop a quota 100 e i paletti al reddito di cittadinanza, ma anche di un atteggiamento generale da parte dei partiti di maggioranza nei confronti del governo che sostengono. È quel dirsi responsabili, intentandosi un provvedimento che riverserà 30 miliardi nel Paese, e allo stesso tempo tenere un atteggiamento guardingo e sospettoso nei confronti dei colleghi della maggioranza. Fino al punto di presentare centinaia di emendamenti, come a dire intanto ci proviamo, poi se Draghi vuole fermare tutto almeno si sarà evitata la figuraccia di aver lasciato spazio agli altri per i ritocchi. I soldi a disposizione per gli interventi in Parlamento restano quelli decisi un mese fa e cioè 600 milioni. Questo non vuol dire che il bacino resterà intatto, ma non diventerà un pozzo. Nonostante questo, però, i partiti sono lì a sperare che alla fine si possa generare una crepa e allora tutti a provare a infilarsi dentro.

Sarà l’esito delle consultazioni di Draghi a dire quanto questo arrembaggio si ridimensionerà, ma resta, e forte, il tema dell’autogestione del tesoretto. Le prove generali di quello che potrebbe accadere durante l’esame della manovra in Parlamento sono andate già in scena. Quattro ore di riunione, in videoconferenza, tra il Governo e i capigruppo di maggioranza delle commissioni Finanze e Lavoro di palazzo Madama sul decreto fiscale. C’è chi, come Forza Italia, ha chiesto di fare spazio a emendamenti da milioni di euro, quando già da settimane il Tesoro va ripetendo che sono possibili solo interventi senza nuove spese. Anche per questo le scadenze fiscali del 30 novembre, come quelle della rottamazione ter e del saldo e stralcio, saranno prorogate solo fino al 9 dicembre (con una tolleranza di cinque giorni, fino al 14 dicembre). E anche per questo la richiesta, avanzata sempre dagli azzurri, di impegnare il Governo con un ordine del giorno per spostare la scadenza a metà dell’anno prossimo, è stata vista dagli altri partiti come un’assurdità. Via con le discussioni e con una seduta notturna chiamata a esaminare 200 emendamenti.

“E meno male che era una riunione di maggioranza”, ha detto uno dei partecipanti al termine del tavolo, ammettendo il cambio di registro quando si passa dalle dichiarazioni ai soldi. Sarà più difficile quest’anno infilare il finanziamento per il castello di un paesino sperduto, ma la sostanza della questione resta ed è cioè quella di un allineamento scivoloso tra un governo che prova a tirare dritto, stretto tra i timori per il Covid e le difficoltà dell’attuazione del Pnrr, e i partiti di maggioranza che fanno fatica a sostenere questa marcia.

Draghi non è intenzionato di certo a cedere a dinamiche disfattiste o di sfilacciamento, ma l’equilibrio non si crea da solo e non può ignorare i movimenti dei partiti. E deve tenere conto anche dei sindacati. Quando Franco riceve i leader di Cgil, Cisl e Uil, sul tavolo c’è l’accordo raggiunto nella maggioranza: 8 miliardi all’Irpef, con un intervento importante per il ceto medio, e 1 miliardo per il taglio dell’Irap. Maurizio Landini, sostenuto da Luigi Sbarra e Pierpaolo Bombardieri, prova a spostare l’asse dell’intervento sotto la soglia dei 15mila euro di reddito, chiedendo un allargamento della no tax area. Ma il ministro dell’Economia replica che lo schema resta quello deciso dai partiti, con l’avvallo del Governo. Quando lascia il ministero dell’Economia, Landini va giù duro e si dice pronto a valutare “tutto il necessario per far cambiare idea al governo e alle forze di maggioranza perché stanno commettendo un errore”. Sbarra prova a spostare in avanti il tiro chiedendo un confronto politico. L’obiettivo è palazzo Chigi, ma Draghi non vuole rimettere in discussione l’accordo raggiunto tra i partiti. Tirare la corda da una parte significherebbe farla saltare dall’altra. Nessuno vuole restare con le mani vuote, ma su questo non ci sono margini da parte del Governo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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