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Festa Pd nel simbolo Piazza Santi Apostoli, verso il "nuovo Ulivo"

·4 minuto per la lettura
Roberto Gualtieri, the center-left new Mayor of Rome, celebrates the victory at the end of the ballot municipal election in Rome, Italy, 18 October 2021. 
ANSA/ANGELO CARCONI (Photo: ANGELO CARCONI ANSA)
Roberto Gualtieri, the center-left new Mayor of Rome, celebrates the victory at the end of the ballot municipal election in Rome, Italy, 18 October 2021. ANSA/ANGELO CARCONI (Photo: ANGELO CARCONI ANSA)

Girano due versioni sulla scelta di piazza Santi Apostoli per la festa di Roberto Gualtieri, nuovo sindaco di Roma. La prima, più prosaica, è quella che arriva dallo staff del neo eletto: “È la piazza più vicina al Campidoglio”. La seconda, più evocativa, di Enrico Letta, mentre nel retro del palco dal quale sta parlando il primo cittadino viene cercato come una star: “L’abbiamo scelta apposta, i simboli contano”. E che simboli.

Dal palco di Gualtieri al portone della storica sede dell’Ulivo saranno sì e no dieci metri, una vicinanza che del tutto casuale non deve essere, visto che poco prima del suo arrivo il palchetto in fase di allestimento viene fatto arretrare frettolosamente di qualche metro, allineandosi perfettamente al portone che ha visto per anni l’andirivieni di Romano Prodi e dei suoi.

“Non ci montiamo la testa”, dice il segretario festeggiando il filotto di città conquistate dal Pd, unica assente Trieste nonostante il clamoroso recupero e il testa a testa al ballottaggio. Ma guarda già più in là, ponendo il Pd come “federatore” di quel “campo largo” che si chiama nuovo Ulivo, in cui vede unirsi forze che vanno da Renzi a Calenda fino a Leu, Movimento 5 stelle incluso. Di M5s in questa festa non v’è traccia, a meno che non si voglia considerare tale la presenza di Luca Bergamo, gia vicesindaco di Virginia Raggi, a far festa con Gualtieri al suo comitato.

A un certo punto del pomeriggio si sparge voce che anche Giuseppe Conte sarebbe stato della partita, anche lui a dividere il palco con Enrico Letta e Nicola Zingaretti. Quando si chiede conferma ai 5 stelle scoppia il panico: “Ma dici sul serio?”. “Ma no, non ci credo, così si suicida”. “Ha deciso di prendersi il Pd? Bene, lasci i 5 stelle”. Conte si tiene alla larga, le reazioni alla sua possibile presenza testimoniano che la partita è più che complicata, e che il frame di un M5s quale costola dei dem sarà una spina nel fianco per i progetti di matrimonio futuro. “Il nuovo Ulivo? Sì, e noi al massimo facciamo l’Italia dei valori”, commenta un esponente pentastellato alludendo alle percentuali a una cifra del fronte manettaro che andò con Prodi. Anche quando commenta il voto, Giuseppe Conte parla di “astensionismo vero protagonista” e dell dovere dei 5 stelle di “dare una risposta a chi non crede più nella politica” e si tiene lontano dal Pd, confermando che M5S starà “all’opposizione a Roma, Torino e Trieste”.

Tommaso Paradiso è il nuovo Ivano Fossati di questo Ulivo 2.0, la sua “I nostri anni” viene mandata ossessivamente quale novella “Canzone popolare”. Il campo largo forse arriverà, ma intanto c,è da festeggiare la coalizione che ha sbancato tutti i capoluoghi di regione al voto. Letta parla con un Zingaretti festante, “È pure molto bravo”, dice di Gualtieri che arringa alla folla poco più in là. C’è tutto lo stato maggiore dem, da Dario Franceschini a Deborah Serracchiani, dalla capogruppo al Senato Simona Malpezzi alla coordinatrice del comitato elettorale Beatrice Lorenzin. Loredana De Petris si avvicina al segretario, con un po’ di rammarico osserva che “quasi quasi pure a Trieste...”.

Sotto il palco gira una foto della diretta di Radio Radio, l’emittente sponsor di Enrico Michetti: “Aò, alle 15.15 parlavano di calcio e non dei risultati, chissà come mai”. C’è chi si lascia andare: “Andiamo a piantare la bandiera in Campidoglio come gli americani a Iwo Jima”, viene prudentemente evitato il paragone dei sovietici sul Reichstag, ma insomma, ci siamo capiti.
Arriva Goffredo Bettini, grand commis dei Dem nella capitale e non, ci sono Antonio Misiani, Matteo Ricci, Filippo Sensi, Lorenza Bonaccorsi, Peppe Provenzano, c,è la sinistra con Federico Fornaro e Stefano Fassina.

A un certo punto piazzano in mano a Letta una gigantesca bottiglia rossa di Bollinger, lui imbarazzato se ne libera in fretta. Intorno al palco è tutto un “Ma tu sei stato eletto? Ma dai, grandissimoooo”, tra candidati al Campidoglio e nei municipi che si riconoscono, si abbracciano, chiedono selfie con i big a destra e a manca, perché comunque da domani si governa, e c’è una giunta da fare, e ci sono posti di responsabilità da distribuire. Letta aspetta che Gualtieri finisce e se ne va, ha incassato la vittoria, la vuole trasformare in capitale politico da spendere nella coalizione che verrà, nel complicato campo largo che si appresta a costruire. A un certo punto in piazza compare Alfonso Pecoraro Scanio, leader dei Verdi ai tempi del governo, qualcuno lo interpretano come un segno: “Santi Apostoli, Pecoraro Scanio, il nuovo Ulivo è già qua”. E magari fosse così facile.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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