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Il missile ipersonico cinese coglie di sorpresa l'America

·7 minuto per la lettura
In this photo released by China's Xinhua News Agency, a Long March 7 rocket carrying the Tianzhou-2 spacecraft lifts off from the Wenchang Space Launch Center in Wenchang in southern China's Hainan Province, Saturday, May 29, 2021. A rocket carrying supplies for China's new space station blasted off Saturday from an island in the South China Sea. (Guo Wenbin/Xinhua via AP) (Photo: via Associated Press)
In this photo released by China's Xinhua News Agency, a Long March 7 rocket carrying the Tianzhou-2 spacecraft lifts off from the Wenchang Space Launch Center in Wenchang in southern China's Hainan Province, Saturday, May 29, 2021. A rocket carrying supplies for China's new space station blasted off Saturday from an island in the South China Sea. (Guo Wenbin/Xinhua via AP) (Photo: via Associated Press)

Un missile ipersonico balistico a lungo raggio, in grado di circumnavigare il globo, portando armamenti convenzionali o atomici. Le ultime rivelazione dell’autorevole Financial Times parlano di una vera e propria “arma letale” alla quale la Cina starebbe lavorando da tempo. E lo sviluppo e i test di questa nuova arma sarebbero totalmente sconosciuti all’intelligence Usa, colta totalmente di sorpresa dalla notizia. Uno scenario non certo tranquillizzante, e non solo per gli Stati Uniti, ma potenzialmente per il mondo intero, che vedrebbe un aumento esponenziale del potenziale deterrente – e di quello aggressivo – di Pechino.

Il rapporto di FT, che si basa su diverse fonti che hanno familiarità con il test, afferma che Pechino ad agosto ha lanciato un missile nucleare che ha orbitato intorno alla Terra in orbita bassa prima di scendere verso il suo obiettivo: tre di queste fonti hanno dichiarato al quotidiano economico che il vettore cinese ha mancato il bersaglio di oltre 20 miglia (32 chilometri). Il missile ipersonico è stato trasportato da un razzo Long March – Lunga Marcia, di cui di solito Pechino annuncia con largo anticipo e con compiaciuta eco propagandistica i lanci, ma in questo caso il test di agosto è stato tenuto accuratamente segreto.

Il portavoce del Pentagono John Kirby, si è rifiutato di commentare il rapporto pubblicato dal Financial Times, ma ha aggiunto: “Abbiamo già chiarito da tempo le nostre preoccupazioni sulle capacità militari che la Cina continua a perseguire, capacità che non fanno altro che aumentare le tensioni nella regione e non solo. Questo è uno dei motivi per cui consideriamo la Cina la nostra sfida numero uno”.

La tecnologia ipersonica per gli armamenti non è certamente una novità, visto che, oltre alla Cina, anche Stati Uniti, Russia e almeno altri cinque paesi stanno lavorando da tempo al suo sviluppo, ma il test cinese ha colto tutti di sorpresa, perché gli analisti di intelligence non pensavano che Pechino fosse così avanti nello sviluppo di questa tecnologia offensiva. I missili ipersonici, così come i missili balistici tradizionali che possono trasportare armi nucleari, sono in grado di volare a più di cinque volte la velocità del suono, ma mentre quelli tradizionali volano in alto nello spazio, descrivendo un arco per raggiungere il loro bersaglio, quelli ipersonici volano seguendo una traiettoria bassa nell’atmosfera, e sono quindi in grado di raggiungere l’obiettivo molto più rapidamente. Ma non è solo questo a rendere un missile ipersonico così pericoloso: il problema sta anche nel fatto che, mentre paesi come gli Stati Uniti hanno ormai sviluppato sistemi anti-missile estremamente efficaci per difendersi dai missili da crociera e tradizionali, la capacità di rintracciare e abbattere un missile ipersonico rimane, per ora, fuori questione.

Che la Cina stesse procedendo a ritmo serrato verso una vera e propria cosa agli armamenti – incentivata dal crescere delle tensioni attorno all’isola contesa di Taiwan – era del resto cosa ben nota da tempo. Il 6 agosto scorso, intervenendo al Forum regionale dell’Asean, nel corso di una riunione speciale dei ministri degli esteri, il Segretario di Stato americano Antony Blinken aveva espresso la sua forte preoccupazione per la “rapida crescita” dell’arsenale nucleare cinese, affermando che questa drammatica espansione indicherebbe una netta deviazione dalla “strategia nucleare decennale basata sulla deterrenza minima” di Pechino. L’ammiraglio Charles Richard, comandante del Comando strategico degli Stati Uniti, ha definito lo sviluppo dell’arsenale di Pechino una “svolta strategica” da parte della Cina: “La crescita esplosiva e la modernizzazione delle sue forze nucleari e convenzionali si possono descrivere solo con una parola, mozzafiato e, francamente, la parola “mozzafiato” potrebbe non essere sufficiente”, ha detto intervenendo allo Space & Missile Defense Symposium a Huntsville, lo scorso 12 agosto.

Il governo di Pechino deve ancora rispondere ufficialmente alla comunità internazionale di due nuovi siti di silos missilistici (strutture sotterranee progettata per ospitare e lanciare missili balistici, con testate tradizionali o nucleari) a Yumen e Hami nella Cina nordoccidentale, scoperti a giugno, e di un potenziale terzo sito nella Mongolia interna, di cui si è saputo a luglio. Il 30 luglio, il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato all’Associated Press che, per quanto riguarda le notizie sul sito di Hami, non era a conoscenza della situazione.

Si stima che, attualmente, la Cina possa contare su 20 silos per missili balistici intercontinentali (ICBM) a propellente liquido, anche se le sue scorte nucleari resterebbero significativamente più ridotte di quelle di altri Paesi, come Stati Uniti e Russia. Secondo un rapporto del giugno 2021 dello Stockholm International Peace Research Institute, infatti, le scorte nucleari della Cina sono cresciute solo di circa 30 testate, tra il 2020 e il 2021, raggiungendo quota 350, contro le 4.000 testate ciascuno attribuite appunto a Mosca e Washington. Ma secondo Mike Turner, membro di rango del sottocomitato per le forze strategiche dei servizi armati della Camera Usa, la Cina sta “dispiegando armi nucleari per minacciare gli Stati Uniti e i nostri alleati” e l’accumulo nucleare di Pechino avrebbe raggiunto livelli “senza precedenti”. E la scoperta dei nuovi impianti missilistici cinesi fornirebbe prove a sostegno di quanto affermato da Turner.

Nei nuovi campi missilistici di Yumen e Hami, che si trovano a circa 236 miglia di distanza l’uno dall’altro, Pechino ha in costruzione 229 impianti missilistici. Ogni sito presenta rampe posizionate a circa due miglia di distanza l’una dall’altra, in uno schema a griglia, che copre un’area di quasi 800 km quadrati. Il James Martin Center for Nonproliferation Studies presso il Middlebury Institute for International Studies ha identificato per la prima volta la costruzione di circa 119 silos nel sito di Yumen, come rivelato dal Washington Post il 30 giugno scorso. Il 26 luglio, la Federation of American Scientists ha annunciato la scoperta di altri 110 silos missilistici al di fuori di Hami, la cui costruzione era iniziata nel marzo 2021. “La costruzione degli impianti a Yumen e Hami costituisce l’espansione più significativa dell’arsenale nucleare cinese di sempre ”, hanno scritto Matt Korda e Hans Kristensen. Un potenziale terzo sito, a Hanggin Banner, nella Mongolia interna, è stato rivelato da un rapporto del 12 agosto. Secondo il China Aerospace Studies Institute dell’Air University, un istituto dell’aeronautica statunitense che ne ha reso pubblica la posizione, le immagini satellitari indicano la costruzione di almeno 29 nuovi silos, 13 dei quali con ripari a cupola (le cupole servono a mantenere la temperatura sottostante stabile, ma anche ad evitare sguardi indiscreti dall’alto…). Gli esperti suggeriscono che il DF-41 cinese, un missile balistico intercontinentale a combustibile solido in grado di trasportare più testate nucleari, potrebbe essere destinato proprio ai silos di questi nuovi siti.

Una proliferazione militare con capacità nucleari da parte della Cina che preoccupa molto, anche se – in teoria – Pechino ha da tempo affermato di aderire a una “politica di non primo utilizzo”, il che significa che utilizzerebbe armi nucleari solo come rappresaglia per un primo attacco, secondo una posizione ufficiale che è sempre stata quella della cosiddetta “deterrenza nucleare minima”, volta a mantenere un arsenale piccolo ma tecnicamente sofisticato, in grado comunque di mettere in atto un secondo attacco devastante. Ma la verità starebbe nelle evidenti ambizioni da grande potenza di Xi Jinping, ben riassunte in un documento del luglio 2019, “La Difesa nazionale della Cina nella nuova era”, una cinquantina di pagine scritte – non a caso - in inglese (perché venissero lette da chi le doveva leggere…) che riportano un obiettivo molto chiaro: “avanzare in modo completo nella modernizzazione di tutti i segmenti delle Forze armate” entro il 2035, così da raggiungere una potenza militare di primo livello nel mondo, entro il 2050. Ambizioni confermate dal budget militare 2021, che ha stanziato per la difesa e gli armamenti del Dragone ben 209 miliardi di dollari, il 6,8% in più rispetto allo scorso anno, ovvero una capacità di acquisto che secondo gli esperti equivale ormai ai due terzi del budget militare americano.

Intervenendo in videoconferenza all’Assemblea generale dell’Onu, il 21 settembre, Xi Jinping ha detto che “la Cina non invaderà né prevaricherà mai gli altri, né cercherà l’egemonia”, ma invece “si è sempre sforzata di perseguire la pace, l’amicizia e l’armonia tra i popoli”. Ma solo pochi mesi prima, all’inizio di luglio, parlando dal palco di Piazza Tienanmen in occasione delle solenni celebrazioni per il centenario del Partito Comunista Cinese, di fonte a 70.000 persone aveva detto: “chi minaccia la Cina, verserà molto sangue”.

Ora, di fronte alle nuove rivelazioni sull’escalation militare nucleare di Pechino, a quale di questi “due Xi” bisognerà credere?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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