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Ilva, Eni minaccia di staccare gas a Taranto entro fine mese

ROMA/BARI (Reuters) - Eni ha minacciato di sospendere le forniture di gas all'Ilva di Taranto entro la fine dell'anno in mancanza di una fideiussione da circa 250 milioni di euro, proprio mentre il governo sta lavorando a un piano per il rilancio della più grande azienda siderurgica italiana. Eni, in una nota, ha detto che la fornitura all'acciaieria avviene dal 1° ottobre in regime di default - pagata cioè dallo stesso sistema gas - perché Ilva non dava garanzie sul credito, e che tale regime scadrà a fine anno, senza fornire indicazioni su eventuali cifre. Nella nota, Eni ribadisce anche di aver avvisato Eni "30 giorni prima della scadenza del servizio alla comunicazione formale di cessazione della fornitura di default" Oggi il commissario di governo Piero Gnudi, nel corso di un'audizione alla Camera, ha detto di non credere che Eni sospenderà le forniture, perché altrimenti "sarebbe una catastrofe". "A Eni abbiamo sempre pagato puntualmente tutte le fatture", ha detto ancora Gnudi, spiegando che Ilva non è in grado al momento di fare una fideiussione. "Ci sono i soldi per gli stipendi di dicembre, al massimo di gennaio, oltre non si va", ha detto il commissario Secondo fonti sindacali da Taranto sarebbero cominciate già le procedure per lo spegnimento degli altoforni 2 e 4, mentre venerdì scatterebbero quelle per l'altoforno 5. Ma una fonte a conoscenza del dossier ha detto: "Non stanno spegnendoli". "La direzione si sta predisponendo allo scenario peggiore mettendo in sicurezza gli impianti. Ma si confida in buone nuove", ha detto una seconda fonte, vicina al commissario governativo di Ilva. La vicenda è esplosa proprio mentre il governo sta preparando un decreto su Ilva che, secondo lo stesso premier Renzi, il Consiglio dei ministri dovrebbe approvare il 24 dicembre. Il decreto serve per raccordare la normativa sull'amministrazione straordinaria e quella sui siti industriali strategici, la cosiddetta Salva-Ilva. In questo modo il nuovo commissario straordinario avrebbe pieni poteri nella creazione di una bad company a cui affidare il peso di eventuali risarcimenti e contenziosi per l'inquinamento prodotto in decenni da Ilva a Taranto, e potrebbe scavalcare definitivamente gli attuali proprietari dell'azienda, cioè le famiglie Riva (90% del capitale) e Amenduni (10%). L'obiettivo finale sarebbe quello di risanare l'azienda anche con l'intervento pubblico, per poi venderla ad azionisti privati. Ma tra le ipotesi, avanzate oggi da Gnudi nel corso dell'audizione, è spuntata anche quella di "affittare" un ramo di azienda, a cui siano affidati tutti gli asset produttivi. Per l'acquisto, si è già candidato ufficialmente il gigante mondiale della siderurgia ArcelorMittal, insieme con il gruppo italiano Marcegaglia, la cui co-Ad Emma Marcegaglia è attualmente presidente dell'Eni, la multinazionale pubblica dell'energia. (Massimiliano Di Giorgio) Sul sito it.reuters.com le notizie Reuters in italiano. Le top news anche su www.twitter.com/reuters_italia