Lavoro, come conciliare pause e produttività?

Quanto incidono le pause caffè e l’utilizzo dei social network sulla produttività dei lavoratori? Facebook, Twitter e gli altri social media sono davvero, come sostengono in molti, una delle ragioni del calo di produttività all’interno delle aziende? Il caso di Marco Ottini, ex comandante aggiunto della Protezione Civile di Bellinzona, potrebbe fare giurisprudenza. Dopo essere stato spiato e licenziato per aver usato parte del tempo di lavoro per sbrigare questioni private, Ottini è stato riabilitato: il Tribunale Federale ha stabilito che è illegale installare un programma spia nei pc di propri dipendenti. L’Alta Corte della Confederazione Elvetica ha sancito l’illegalità di qualsiasi attività di spionaggio nei confronti dei propri dipendenti. Chi volesse quantificare l’efficienza dei propri dipendenti dovrà, insomma, provvedere a non violare la privacy dei medesimi.

Da quattro o cinque anni a questa parte i social network sono schizzati in vetta alle black list dell’improduttività aziendale. Guardati con sospetto e tollerati a malincuore da molti sono stati addirittura bloccati con firewall in uscita da alcune imprese o amministrazioni pubbliche. Nel 2011 a Nichelino, un comune dell’hinterland torinese, l’utilizzo di Facebook, Twitter e Linkedin è stato proibito ai 255 dipendenti comunali. L’unica deroga è stata concessa ai politici per mantenere intatta l’“opportunità di dialogare con la cittadinanza”. Nel 2008 era stato il Comune di Torino a fare scuola vietando la navigazione sui social nelle ore lavorative ma consentendola solamente durante la pausa pranzo.

Secondo uno studio condotta da Harmon.ie il 55% dei dipendenti statunitensi perde almeno un’ora, durante l’orario lavorativo, per navigare su Internet, controllare la propria mail e interagire sui social. In Italia, secondo un calcolo di Internet Monitoring, vengono perse 31 milioni di ore lavorative l’anno per un costo complessivo di 500 milioni di euro.

I break, però, non sono solamente digitali. Anche la cara vecchia e “analogica” pausa caffè è, talvolta, oggetto di controversie. Qualche giorno fa il Tar di Trento ha respinto il ricorso di un poliziotto che aveva subito un provvedimento disciplinare per avere ritirato acqua e caffè al distributore automatico della Questura al momento dell’ingresso al lavoro. I giudici del Tar hanno dato ragione ai superiori del poliziotto aggiungendo come non sembri “certo decoroso andare a prendere il caffè immediatamente all'inizio del turno, quando si presume che una persona abbia già fatto colazione”.

Una ricerca dell’Università di Hiroshima, però, sembra mettere in guardia dalle generalizzazioni. Il ricercatore Hiroshi Nittono ha effettuato diversi esperimenti su un campione di 24 uomini e 24 donne facendo vedere a un gruppo immagini di cuccioli sul web e ad altri immagini di altro tipi. Successivamente è stato chiesto a tutti di compiere dell’attività fisica e le prestazioni migliori sono state raggiunte da coloro che avevano visto i cuccioli. Anche all’Università di Singapore è stato condotto un test analogo consentendo 10 minuti di utilizzo del web ad alcuni impiegati e proibendolo ad altri. Dopo il test i primi sono risultati più produttivi dei secondi.

Non tutto il social, dunque, vien per nuocere. Se controllato e limitato nel tempo, se non interferisce con l’attività che si sta svolgendo e contraddistingue un break, può addirittura diventare un momento di relax dopo il quale ripartire con slancio. Fermo restando che il Decreto n. 66 del 2003 specifica come ogni lavoratore abbia diritto ad almeno dieci minuti di pausa, per ogni turno di lavoro che superi le sei ore giornaliere.

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