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Legge di stabilità, ora le banche rischieranno con i derivati

Fabrizio Arnhold
Legge di stabilità, ora le banche rischieranno con i derivati

Le banche italiane potranno rischiare di più con i derivati. E la Banca centrale europea si preoccupa. In un Decreto legge collegato alla Legge di stabilità, infatti, è contenuta la decisione di fornire una garanzia bilaterale per gestire i rischi scaturiti da operazioni in derivati. L’eventualità crea più di un pensiero sia all’Unione europea che alla Bce poiché la garanzia può sì agevolare la vendita di parte dei titoli di Stato italiani in mano agli istituti di credito, ma potrebbe anche rappresentare un rischio per la stabilità in caso di nuove tensioni.

Il motivo della scelta del governo è chiaro: evitare che lo spread possa, in futuro, tornare a influenzare la vendita dei titoli di Stato. Nei mesi scorsi, quando il differenziale tra Btp decennali e Bund tedeschi superava i 500 punti base, le aste dei bond rischiavano di andare deserte a causa della poca fiducia delle banche straniere. Ad evitare una crisi dell’intero sistema ci pensarono le banche italiane che comprarono ingenti quantità di titoli del Tesoro, e la Bce che tramite le Ltro (Long-term refinancing operation, operazioni di rifinanziamento a lungo termine) fornì la liquidità necessaria agli istituiti per l’acquisto dei Btp.

L’intento è quello di evitare che una situazione come questa si possa ripetere nell’immediato. Magari cercando di migliorare, per quanto possibile, l’economia del Paese per sfruttare la lieve ripresa dell’Eurozona. E l’unico modo per farlo è garantire maggiore liquidità alle banche al fine di far aprire i rubinetti del credito alle sempre più strozzate piccole e medie imprese. E proprio gli istituti di credito potranno aggirare gli accordi di Basilea III che richiedono un minimo di capitale per le operazioni in derivati. Solo che il rischio che prima era unicamente in mano alle banche, adesso sarà anche della Repubblica italiana presso la quale le banche stesse depositeranno una somma a garanzia – ecco perché sarà bilaterale - alla tesoreria dello Stato. In questo modo potranno chiudere operazioni in derivati, anche su bond governativi, con maggiore facilità. Perché se è vero che le banche italiane tra il 2011 e il 2012 si sono comprate il nostro debito pubblico, è importante in prospettiva futura creare i presupposti per altri tipi di investimento.

Ci potrebbe essere più di un rischio. Se si decidesse di vendere i nuovi titoli per acquisire liquidità da finanziare alle aziende, occorre capire chi sono i probabili acquirenti. E finché la situazione politica non scaccerà definitivamente lo spettro della crisi di governo, la stessa situazione di qualche anno fa, con le banche costrette a comprare i Btp italiani potrebbe ripresentarsi. Il rischio di controparte, però, sarebbe dell’Italia che potrà, sempre ipoteticamente, rivalersi sul conto depositato presso la tesoreria dello Stato. Ma il denaro, in caso di drastiche turbolenze, potrà bastare? Il fatto è che ancora non è chiaro a quanto dovrà ammontare questa garanzia da lasciare in deposito al Tesoro. Sicuramente, in questo momento storico, nessuno può permettersi di tenere immobilizzati patrimoni consistenti . A conti fatti, potrebbe essere un incentivo per le banche a spingere decise sui derivati. Con tutti i rischi del caso connessi.

Se non si tratta di un regalo alla lobby bancaria, il provvedimento del governo, comunque, assomiglia sicuramente ad un incentivo. L’esecutivo ha deciso di introdurre questa garanzia bilaterale seguendo l’esempio virtuoso di Svezia e Regno Unito e per allinearsi alle richieste del Fondo monetario internazionale. E pare che anche Berlino stia studiando una misura simile. Ma se si volesse davvero cambiare rotta, sarebbe meglio abbandonare le consuete iniezioni di liquidità per provvedere a saldare gli obblighi a breve termine. Affinché ci sia una ripresa, vera, è indispensabile allentare il vincolo tra Stati e sistema bancario. O, almeno, renderlo meno esclusivo.