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Offriva cibo a "offerta libera", è accusato di evasione

Fabrizio Arnhold

Un’Osteria senza oste, ma per il fisco deve pagare lo stesso 62mila euro di multa. Pressione fiscale esagerata, evasione record. La storia è sempre la stessa, ma in questo caso la vicenda ha qualcosa di fiabesco. Una casa colonica di fine ‘800 in mezzo alle colline del Cartizze, in Veneto, nel cuore del Valdobbiadene Docg, dove si possono gustare salumi tipici del trevigiano accompagnati da bollicine rigorosamente a denominazione controllata. Ma non c’è l’oste, e quando i viandanti hanno finito di consumare quello che trovano a loro disposizione, prima di andarsene, versano un “obolo”, secondo la loro onestà. Una sorta di taverna degli onesti che per l’Ufficio delle entrate di Montebelluna sarebbe un’attività imprenditoriale “in nero”, da multare per gli arretrati non versati.

“Non sono i soldi che mi interessano ma la gioia delle persone che si sentono come a casa loro”, ha spiegato Cesare De Stefani, imprenditore e titolare dell’omonimo salumificio, che gestisce il casolare dal 2005. Non si tratta di un pubblico esercizio, ma una casa privata “aperta agli onesti”, su cui il fisco però ha messo gli occhi, affibbiando d’ufficio partita Iva e ragione sociale.
“Il salvadanaio per le offerte si può spostare per mia volontà, l’ho voluto e lasciato così dal 2005 – continua il proprietario dell’osteria -. C’è chi mette 50 euro e chi si prende quello che ha messo qualcun altro prima di lui. Non ci può essere idea imprenditoriale alla base di questa scelta”. C’è, invece, una cassetta appoggiata sul tavolo della cucina: l’offerta per quello che si è mangiato è lasciata all’onestà degli avventori che si pagano il conto da soli.

Nemmeno ci sono indicazioni per arrivare all’Osteria senza oste. Nessuna pubblicità. Solo il passaparola tra viandanti, tra chi ha già scoperto quel piccolo angolo di tranquillità tra i filari e vuole svelarlo ad altri. L’osteria nasce nove anni fa e all’inizio è poco conosciuta. Solo una questione di tempo, perché in pochi mesi diventa una meta obbligata per gli amanti del gusto. Il pane è quello buono, fatto in casa, nel frigorifero anni ’60 sono conservate le bollicine pronte da bere insieme ad un salume prodotto dalla famiglia De Stefani. Ogni mattina Cesare rifornisce l’osteria di prodotti freschi di giornata, uova sode e pane cotto a legna. Accende il fuoco d’inverno, sistema il tavolo, lava i piatti e i bicchieri sporchi, spedisce le cartoline lasciate sul tavolo dagli ospiti. L’entusiasmo per il luogo è testimoniato dalle dediche che gli avventori lasciano: “Arrivano dall’Argentina, Giappone, Inghilterra, Namibia o Porto Rico”.

Per il governatore del Veneto, Luca Zaia, il casolare rappresenta “un’idea da sostenere e promuovere”. “I proprietari – ha aggiunto – dovrebbero essere elogiati per il grande presidio identitario, etico e morale, unico nel suo genere”. Nel 2011 il Comune di Valdobbiadene ha provato a chiedere un’autorizzazione per la somministrazione di cibi e bevande: l’osteria vinse la causa, con tanto di sentenza in cui si dichiarava che “non era tenuta a rispettare le ordinanze comunali per i pubblici esercizi”. Perché, di fatto, non è un locale pubblico normale, ma qualcosa di più particolare. Fuori dall’Osteria senza oste non c’è un’insegna, né parcheggi, ma solo vigne. La porta è sempre aperta per accogliere i viandanti.

Tra questi, i controllori del fisco, che hanno paragonato l'osteria a un locale “simile” del trevigiano - che però ovviamente non esiste -, hanno fatto una stima sugli ipotetici incassi, arrivando a concludere quanto segue: il 'Paradiso' è colpevole di un’evasione da 62mila euro.