La riduzione del numero dei parlamentari non conviene. Ecco perché

Non basta voler dimezzare il numero dei deputati: anche rappresentatività ed efficienza contano

Dimezzare il numero dei parlamentari: gli italiani lo sognano, i politici lo promettono, esclusivamente in campagna elettorale. Se il taglio avvenisse, la casta si ridurrebbe di numero, attualmente sono 945 complessivamente, ma agli italiani conviene" tagliare le teste" o ridurre gli stipendi dei loro rappresentati? Si potrebbe rispondere entrambi, ma dovendo scegliere meglio la seconda opzione. Lo spiega, su La Voce, l’accademico Valentino Larcinese, docente alla London School of Economics ed esperto del rapporto tra istituzioni, processi di decisione collettiva e politiche pubbliche. Troppo spesso oscurata da argomentazioni populiste, la discussione sulla riduzione del numero dei parlamentari non tocca due aspetti decisivi, ovvero l’adeguatezza della rappresentanza e l’aspetto organizzativo.

A viziare il ragionamento, l’idea che l’Italia primeggi per sovradimensionamento, ma in realtà l’anomalia sui numeri non è così evidente da giustificare un dimezzamento. Lo dimostrano i dati Ocse sul numero totale di parlamentari (Camera e Senato, laddove c’è il Senato), per Paesi comparabili al nostro per livello di sviluppo economico e politico. L’Italia è seconda al Regno Unito, ma molto vicino alla Francia. Seguono distaccate Germania e Spagna, ma siamo comunque intorno alle 600 unità. Più lontani i Paesi nordici che però sono anche più piccoli, e con meno popolazione.

Secondo Larcinese, infatti, che i Paesi più grandi abbiano in media un numero di cittadini per parlamentare più elevato è un fatto sistematico, ma in ogni caso non è la spesa pro-capite a influenzare le dimensioni. In Italia, in media, un parlamentare rappresenta 63 mila contribuenti. Se la popolazione cresce, un singolo rappresentante tenderà a rappresentare in proporzione più compatrioti.

Paesi più piccoli hanno parlamenti in proporzione più grandi, come nel caso del Belgio: il Paese dei fiamminghi e dei valloni è otto volte inferiore alla Germania ma non ha certo un parlamento otto volte più piccolo. Quindi, la spesa per i parlamentari, in molti Paesi più piccoli del nostro, resta alta, poiché la spesa pro-capite sale.

Quando l’Italia si confronta con altri Paesi, deve farlo quindi nel suo range di grandezza: il Parlamento è sì sovradimensionato ma - spiega l'autore - un “dimezzamento non è giustificato”. La soglia fisiologica dei 650 parlamentari appaierebbe il nostro Paese ad altri dove la classe politica è meno demonizzata per numero e comportamento. Se i Paesi più piccoli si sobbarcano in media costi maggiori, sono forse meno furbi nel non chiedere anche loro tagli?

In realtà il problema della grandezza si riconnette anche con il bisogno di una rappresentanza adeguata, specialmente delle categorie sottorappresentate, e con il problema dell’efficienza, che non va sottovalutato. Meno politici insomma significa anche meno specializzazione e suddivisione dei compiti, e in un sistema dove il cittadino non sceglie con le preferenze, non sarebbe difficile ritrovare soggetti inadeguati, anche nelle commissioni parlamentari. Insomma, il risparmio rischia di tradursi in costo su altri fronti, non meno delicati per il meccanismo democratico. Se l’anomalia non è la dimensione parlamentare, lo è certamente l’entità dello stipendio. Ed è lì che bisogna tagliare.