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Si muore anche di cellulare: i rischi di cui la scienza e le lobby non parlano

Intervista a Riccardo Staglianò, autore di 'Toglietevelo dalla testa'

Toglietevelo dalla testa, il cellulare. In senso fisico, ma anche nell’accezione figurata di quell’idea inattaccabile che lo vede come l’unico oggetto ad onde che però non fa male alla salute. A leggere l’omonima inchiesta del giornalista di Repubblica, Riccardo Staglianò, per Chiarelettere, (Toglietevelo dalla testa, pp. 368, 15 euro, 2012), c’è da impallidire: tra tumori potenziali in agguato per i consumatori, connivenze tra industrie e lobby, studi dettagliatissimi e esperienze di vita vissuta, scende la notte sul sonno tranquillo degli incoscienti. O di quelli che non vogliono informarsi, malgrado alcuni indici parlino chiaro: nel 2011 l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha inserito il telefonino tra i possibili cancerogeni, gli stessi manuali di istruzione dicono di tenerli da 1,5 a 2,5 centimetri dall'orecchio, ed è italiana la prima sentenza al mondo in materia, quella del Tribunale di Brescia che ha stabilito un risarcimento a carico dell'Inail per un ex manager colpito da un tumore alla testa causato dall'uso eccessivo dell’apparecchio.

Tra reportage e inchiesta, il libro descrive un sistema dove gli attori in campo hanno interessi troppo forti, e concatenati, per resistere alla tentazione di finire biasimati e crocifissi tra qualche decennio, emuli dell’industria del tabacco o delle fabbriche della morte, quelle dell’amianto.

Yahoo! Finanza ha intervistato Riccardo Staglianò.

Viviamo in un mondo di fobie, Perché il cellulare non ci fa paura?
"Per una serie di motivi: in principio, una certa schizofrenia mediatica. Un giorno esce un articolo e dice che fanno male, il giorno dopo un altro che dice che fanno bene e gli stessi studi non sono facili da spiegare. Ti capita di leggere giornali diversi che titolano in maniera diversa sul medesimo soggetto. Ma la verità è che le ricerche in materia sono complessi a seconda della parte che leggi. Titoli, abstract, a seconda di dove ti concentri. Nel caso di uno studio dell’Interphone, l’appendice 2 era stata omessa: quella che più ledeva gli interessi dell’industria di settore, quella in cui si sostiene che un'ora al giorno per molti anni aumenta il rischio del glioma in un decennio. I media non sono tenuti a sapere tutto, ma la risposta è comunque nella scienza che spesso è contraddittoria".

Perché?
"La grande contraddizione è causata dal fatto che gli studi sono finanziati dalle industrie stesse. Lo dimostra il fatto che, mentre nel 67% degli studi indipendenti ci sono riscontri degli effetti biologici dei cellulari, in quelli dell’industria la probabilità precipita al 28%. Una differenza abissale. Poi c’è una terza dinamica di tipo psicologico, ovvero, come dicono i fisici, cavare nel rumore di fondo, il 'segnale': nessuno vuole fare i conti con il problema".

Nel libro, racconta casi di persone con tumori devastanti, ma che stavano anche 5-6 ore al giorno al telefono. I lettori potrebbero pensare: sono casi limite.
"E invece no, anche perché spesso è un uso combinato di cellulare e cordless, che funziona più o meno con la stessa tecnologia. Parlare di ore non è un’esagerazione: conosco persone che lo usano 3-4 ore al giorno e che sono costretti a tale uso per il tipo di lavoro che fanno. Pensi ai portavoce dei politici, ma anche al caso dell’immobiliarista che cito nel libro: è gente che certo non sta a telefono per cazzeggio. Ormai i casi limite diventano ordinari. Anche qui al giornale, dove le telefonate sono pagate, i tabulati dicono che sforiamo ampiamente. Se nessuno ti dice che rischi qualcosa, non ci pensi".

E' realistico credere che per evitare tumori così dilanianti basti una distanza di centimetri?
"I manuali di istruzione parlano di distanze tra 1,5 cm e 2,5 cm. Non è un segreto. Sulle distanze da tenere c’è molto dibattito, poiché c’è chi dice che non siano per niente sufficienti, perché le onde vanno oltre. In realtà sappiamo di base che le stesse si disperdono a seconda della distanza. Nel dubbio meglio privilegiare un approccio cautelativo e tenerlo ben distante dalla testa. Se si usa un auricolare bluetooth ci sono altri tipi di radiazioni in atto. L’ideale è il vivavoce, anche se, per la privacy, non tutte le situazioni lo consentono. L’auricolare con il filo è una soluzione corretta".

Cosa tiene ancora in vita il fronte negazionista rispetto agli studi in materia?
"Maliziosamente, si potrebbe pensare che la scienza, che soffre di gravissimi deficit economici, non ha interesse a mordere la stessa mano che la alimenta. Quando le industrie pagano, la ricerca è condizionata all’origine. Come è successo anche nel caso dell’industria del fumo, le persone si vendono per poco. Ho intervistato soggetti che un giorno erano in partenza per l’America, un altro per la Russia.. Non sto parlando di soldi diretti, non ne ho la prova, ma spesso i meccanismi sono questi. Poi certo, esiste anche un motivo psicologico interno della scienza".

Quale?
"Il grande scoglio è l’acquisizione che le radiazioni non ionizzanti non spezzano i legami del Dna, e da qui l’assunto che non fanno male, e non creano danni diretti. Questo è il confine sul quale si arrocca il fronte negazionista. Non spezzano il legame ma cambiano il funzionamento del meccanismo cellulare. Lo dimostrano, tra gli altri, gli studi di Nora Volkow: nel 2009, con un esperimento condotto su 47 pazienti, ha dimostrato, grazie a uno scanner per la tomografia ad emissione di positroni, che le radiazioni del cellulare accelerano il metabolismo del glucosio che incide sul cervello".

Come si pone l’Italia nella geopolitica della prevenzione e della tutela dei rischi?
"Siamo grandi amanti dei cellulari e al contempo abbiamo la sentenza Marcolini, ovvero il primo caso al mondo in cui è stato affermato per legge che il tumore era stato provocato dall’uso del cellulare. Abbiamo poi casi come quello del fisico Paolo Vecchia: dopo anni in cui ha sostenuto che andava tutto bene, messa fine alla carriera da scienziato, è diventato presidente della Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni nonionizzanti (Icnirp), l’organismo che delinea le linee guida per l’esposizione alle radiazioni non ionizzanti. Loro fissano i limiti e se cambiano di una virgola gli stessi, il danno per l’industria è incalcolabile".

A che punto è il nostro Paese?
"Dopo la svolta della Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, che il 31 maggio 2011 ha incluso le radiazioni emesse dai cellulari tra gli elementi 'possibilmente cancerogeni' (gruppo 2B), il Ministero della Salute non se la sentiva più di dire 'va tutto bene', e visto che l’Istituto superiore della sanità ha da sempre un atteggiamento sereno in materia, si è rivolto al Consiglio superiore di sanità, che, nel novembre 2011, con tutti i distinguo del caso è arrivato alla conclusione che bisogna sensibilizzare a un uso dell’apparecchio non indiscriminato e che per i bambini è meglio limitare allo stretto necessario. Il prossimo step è fare corsi di formazione, opuscoli informativi. Conta anche l’atteggiamento: ho invitato il ministro competente alla presentazione del libro, abbiamo mandato e-mail al ministro, alla segretaria, all’Ufficio stampa ma nessuno ha risposto".

Le assicurazioni pagheranno mai?
"Il rischio in materia è così grande che si avvicina a quel punto di rottura che è l’incalcolabilità. Si assicurano molte cose a patto che i rischi siano ragionevoli, in questo caso, a fronte anche del numero mondiale degli utenti, non lo è. Le assicurazioni non chiariscono le domande in merito, pur contattate, come nel caso di Lloyd di Londra che non ha mai risposto. Per quanto riguarda le aziende, le loro ingenue cautele in materia di distanza non mancano nei manuali di istruzione. E tra un decennio potranno dire: eppure ve lo avevamo detto".

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