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Sì del G20 alla Global Tax. Intesa "storica" ma annacquata dai compromessi

·6 minuto per la lettura
Indonesian President Joko Widodo, left, and Italian Prime Minister Mario Draghi share a word during the family photo of the G20 summit at the La Nuvola conference center, in Rome, Saturday, Oct. 30, 2021. The two-day Group of 20 summit is the first in-person gathering of leaders of the world's biggest economies since the COVID-19 pandemic started.  (Erin Schaff/Pool Photo via AP) (Photo: via Associated Press)
Indonesian President Joko Widodo, left, and Italian Prime Minister Mario Draghi share a word during the family photo of the G20 summit at the La Nuvola conference center, in Rome, Saturday, Oct. 30, 2021. The two-day Group of 20 summit is the first in-person gathering of leaders of the world's biggest economies since the COVID-19 pandemic started. (Erin Schaff/Pool Photo via AP) (Photo: via Associated Press)

In una Roma blindata, i Venti leader del mondo hanno siglato l’accordo per la global tax, la tassa minima globale al 15% per multinazionali come - ma non solo - i colossi tech americani Amazon e Facebook. Nel primo dei due giorni dell’atteso vertice italiano officiato dal premier Mario Draghi è stato espresso un “ampio e trasversale” sostegno all’accordo raggiunto nei lavori sulla tassazione minima globale. L’intesa, fortemente voluta dal presidente americano Joe Biden, è stata subito definita “storica” e genererà circa 150 miliardi di dollari l’anno di nuove entrate fiscali a livello globale. L’obiettivo è di interrompere la battaglia tra Usa e Ue sulla tassazione dei giganti del web che realizzano ricavi online in paesi dove la loro presenza fisica è limitata o inesistente. Ma soprattutto di mettere finalmente fine a quelle dinamiche di concorrenza fiscale che inducono le imprese a trasferire le loro sedi non dove producono ma dove le aliquote sono più convenienti. Un processo che dura da anni dal momento che secondo l’osservatorio no profit Tax Foundation, dal 1980 ad oggi l’aliquota media globale sulle società, ponderata per le dimensioni di ciascuna economia, è scesa da oltre il 46% al 26%.

La nuova tassazione è una buona notizia per gran parte dei Paesi dell’Ue. Di certo lo è per l’Italia: il fisco italiano perde ogni anno la possibilità di tassare oltre 26 miliardi di dollari a causa della “concorrenza” praticata da alcuni Paesi che si sono per questo guadagnati nel tempo la nomea di “paradisi fiscali”. E di questi 26 miliardi ben 23 vengono distratti verso Stati dell’Unione Europea. Come ha ricordato di recente l’economista francese e ricercatore per l’Osservatorio Ue sul fisco Gabriel Zucman, Amazon paga una aliquota globale complessiva (cioè che include la tassazione statale, federale ed estera) dell′11,8%, Apple del 14,4%, Alphabet (alias Google) del 16,2% e Facebook del 12,2%. Cifre ovviamente irrisorie rispetto ai profitti maturati se si pensa poi che la Francia ha una aliquota di imposta sulle società al 32%, il Portogallo al 31,5%, la Germania al 29,9%. In media, i paesi europei dell’Ocse applicano attualmente un’aliquota d’imposta sul reddito delle società del 21,9%.

Secondo uno studio di Thomas Torslov dell’Università di Copenaghen, Ludvig Wier e di Zucman di Berkeley, l’Italia perde il 15% del proprio gettito fiscale a causa della concorrenza dei paradisi fiscali. In soldoni, vuol dire che il fisco perde ogni anno un gettito di 850 milioni a favore delle casse di Amsterdam, 2,6 miliardi di entrate nette a favore di quelle del Lussemburgo, mentre 500 milioni vanno a foraggiare le entrate del Belgio, e circa 1,5 miliardi quelle irlandesi.

È proprio in seno all’Ocse che la minimum tax ha avuto la sua gestazione, per poi essere appoggiata dal G7 di giugno scorso e da 136 Paesi su 140 del Quadro Inclusivo G20/Ocse a ottobre, prima di ottenere il definitivo via libera dal G20 di Roma. Non è stato un percorso agevole tant’è che l’opposizione di alcuni Stati Ue è durata fino a poche settimane fa, come quella di Estonia, Ungheria e soprattutto dell’Irlanda che - grazie a un’aliquota fiscale del 12,5% da paradiso fiscale interno all’Ue - è stata tra gli ultimi a cedere su pressione dei partner internazionali, Usa in testa.

L’accordo poggia su due pilastri: il primo prevede che le aziende con entrate per oltre 20 miliardi di euro possano essere tassate in parte anche nei Paesi dove vengono maturati i ricavi. Il secondo prevede che i Paesi che ospitano il quartier generale delle multinazionali possano imporre una tassa minima di almeno il 15% in ciascuna delle nazioni in cui operano.

Bisognerà tuttavia aspettare per vedere finalmente le multinazionali alle prese con una tassazione più adeguata ai lauti profitti che maturano. Dopo l’approvazione da parte dei capi di Stato e di governo, l’accordo sulla minimum tax deve essere trasformato in legge nei vari Paesi, con l’obiettivo di implementarla nel 2023. Uno scoglio ancora da superare, sottolineano esperti e analisti, è comunque la creazione di un meccanismo credibile di risoluzione delle dispute a livello internazionale.

Le difficoltà nel mettere d’accordo 136 Paesi diversi sono intuitive, tuttavia va notato che la proposta originaria era molto più ambiziosa. Dall’inizio si è parlato di una aliquota al 21% ma di fronte al netto rifiuto degli Stati con tassazioni più favorevoli si è passati alla formula “almeno del 15%”. E, di fronte alla contrarietà di Dublino e una manciata di altri Paesi, anche la parola “almeno” è stata depennata. Non è finita: perché l’accordo enterà in vigore, si spera, a partire dal 2023, ma non sarà subito a regime. La tassazione prevede infatti delle esenzioni e scorpori per l’applicazione dell’aliquota del 15%. Secondo i calcoli dell’Osservatorio Eu Tax in teoria l’Unione europea potrebbe aumentare il proprio gettito di oltre 80 miliardi di euro applicando un’imposta minima globale del 15%, un aumento di circa un quarto delle sue entrate. Gli Stati Uniti invece guadagnerebbero circa 57 miliardi di euro all’anno.

Tuttavia, le esenzioni concordate in extremis per raggiungere l’accordo con i più renitenti “possono ridurre sostanzialmente tali guadagni di entrate. Nell’anno iniziale, riducono le entrate di un’imposta minima del 15% da € 83 miliardi a € 64 miliardi o del 23% dell’iniziale guadagno per il gettito Ue”. A livello globale il primo anno le maggiori entrate scendono da 232 a 185,2 miliardi di euro. “In un periodo transitorio di dieci anni, i tassi di carve-out scendono progressivamente al 5% del patrimonio e del personale. Queste tariffe a lungo termine ridurrebbero comunque le entrate guadagni di circa 12 miliardi di euro o del 14%”. E pensare che se ci si fosse attenuti alla proposta iniziale, con un’aliquota al 21%, l’Ue avrebbe potuto persino raddoppiare il gettito dalla tassa minima, arrivando fino a 170 miliardi.

In quel caso nelle casse dello Stato italiano sarebbero entrati otto miliardi. Con una aliquota al 15% - senza esenzioni che vanno a ridurre la base imponibile del 7,5% per i primi 10 anni - calcola l’osservatorio basandosi su dati fiscali 2017, l’Italia guadagnerebbe 3,1 miliardi di euro. Con le esenzioni fiscali, invece, il guadagno fiscale per l’Italia si riduce a 2,3 miliardi l’anno, per passare a 2,6 miliardi dopo dieci anni. Meglio di niente, ma cifra molto lontana dagli oltre otto miliardi annui in caso di una aliquota tutto sommato modesta al 21%.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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